Approccio Sistemico Relazionale - Psicologo Milano

Psicoterapia Sistemico Relazionale

Psicoterapia Sistemico Relazionale

L’approccio sistemico relazionale in psicologia


Benché non sia semplice riassumere in poche righe e con un linguaggio semplice la complessità dell’approccio sistemico relazionale, proverò a dare per sommi capi alcuni spunti di riflessione su questa modalità di intervento, includendo una breve videochiacchierata che ho fatto con Miriam Gandolfi dove parliamo di cambiamento e patologia nell’approccio sistemico relazionale, e una con Valeria Ugazio, mia mentore e insegnante nonchè fondatrice della scuola in psicoterapia Eist di Milano.

Rimando invece a chi volesse approfondire più dettagliatamente l’approccio a una serie di videointerviste che ho fatto a esperti nel settore.

La psicoterapia sistemico relazionale



L’approccio sistemico nasce da Bateson, personaggio esterno alla psicologia clinica perché antropologo di mestiere, che è il primo a introdurre, tra gli anni 20 e 30, il concetto di soggetto contestuale. Con questo termine Bateson teorizza l’idea che la personalità dell’uomo sia l’esito di processi interattivi e la soggettività, quindi, viene costruita nell’interazione con l’ambiente e gli altri individui.

Bateson si pone in antagonismo all’Io cartesiano e al soggetto deconstestualizzato della filosofia moderna (il no where che porta all’individualismo molto diffuso ai nostri giorni) secondo la quale non si hanno radici e non importa “dove sei” o “con chi sei agganciato”, contrastando con la concezione propria di tutte le società premoderne, dove si è sempre il figlio di qualcuno, con i pro e contro che questa appartenenza implica.

Le psicoterapie sistemiche, quindi, partono dal concetto che il soggetto sia contestuale e non più monade come, ad esempio, sosteneva la psicoanalisi quando affermava che tutto succede nel mondo interno dell’individuo: le teorie sistemiche sostengono l’esatto contrario e mentre Freud era legato alla fisica dei circuiti chiusi, Bateson sostiene che tutti i nuovi approcci avrebbero dovuto essere legati alla fisica dei circuiti aperti.

Altro punto cardine dell’impianto sistemico relazionale è il ruolo della comunicazione e del linguaggio, riassumibile dall’assioma individuato dalla scuola di Palo Alto che per prima dichiara “non si può non comunicare”. Ogni gesto che facciamo, ogni parola che diciamo, ogni attenzione che mostriamo, ogni decisione che prendiamo o che decidiamo di non percorrere, comunica qualcosa a chi ci sta intorno. Non esiste una parola nella nostra lingua che rappresenti il contrario di comunicazione e lo stesso termine “incomunicabilità” parla di un disagio enorme da sopportare, una emozione difficile da gestire e con la quale fare i conti.

In un contesto teorico di questo tipo, viene da sé che i sintomi stessi sono, prima di tutto, dei messaggi che inviamo alle persone per noi importanti (appunto al nostro “sistema”). Un compito del terapeuta, da questo punto di vista, è quello di decifrare questo messaggio e comprendere a fondo le istanze portate dal sintomo, rendendole comunicabili in altri modi in modo che sia più semplice potervi dare una risposta.

E’ sempre stata la scuola di Palo Alto a porre attenzione su un altro concetto molto importante che ha ribaltato un’altra pietra miliare su cui si fonda la teoria psicanalitica, che si basa sui principi di conservazione di materia ed energia negli scambi comunicativi.

Pensiamo al paragone tra una persona che tira un calcio a un sasso e quella che lo tira a un cane.

Calciando un sasso vi è un trasferimento di energia dal piede alla pietra per il quale, volendo, potremmo calcolare, più o meno precisamente, la traiettoria che il sasso andrà a disegnare e a quanti metri di distanza atterrerà.

Se invece diamo un calcio a un cane le cose cambiano: non possiamo aspettarci che l’animale “voli” dall’altra parte della strada e cada a terra come il sasso. Verosimilmente il cane reagirà a questa azione e magari aggredirà l’uomo, oppure spaventato scapperà lontano e si rifugerà altrove. Perché questa differenza? Tra esseri viventi ancora prima di uno scambio di energia vi è un passaggio di comunicazione, di informazioni, rispetto alle quali non possiamo non posizionarci e dare un feedback.

Secondo l’approccio sistemico ogni comportamento è considerato alla stregua di una comunicazione che immette e riceve informazioni e indicazioni nel sistema: ragionamento analogo si applica ai sintomi e, in questo caso, nasce il termine “paziente designato”, che rappresenta una modificazione radicale della concezione del disagio psicologico.

Il cambiamento come funzione spontanea della mente



Con il termine “paziente designato” si indica la persona portatrice di un problema che tuttavia, se letto all’interno del sistema in cui l’individuo è immerso, diventa portavoce di un disagio talvolta più esteso, di una difficoltà espressa a nome dell’intero sistema. Questa concezione di “paziente designato” nacque in primo luogo dall’esperienza clinica empirica di alcuni accadimenti. Si pensi, solo per fare alcuni esempi, ai casi in cui il figlio muove i primi passi di autonomia e la madre cade in depressione, oppure a quando la moglie “problematica” migliora e il marito inizia a presentare problemi. In questo senso la condizione di malattia è necessaria e funzionale alla stabilizzazione del sistema in cui l’individuo sofferente è inserito. Il paziente designato, insomma, è designato dal sistema a fare da portavoce per un conflitto dell’intero nucleo, non è considerato una vittima ma un partecipante attivo al gioco patologico (M Selvini Palazzoli e Coll, 1975) che, anche in virtù della posizione occupata, spesso conquista notevole potere e privilegi.

La psicopatologia pertanto nascerebbe non solo da esperienze di tipo negativo come traumi e abusi, ma anche da confusione, dallo stare in una relazione in cui i ruoli sono poco chiari (si pensi a un ragazzo che, per una serie di giochi relazionali famigliari, non sappia se è figlio o marito di sua madre): chi non sa quale è il proprio ruolo nella relazione non capisce chi è, e il comportamento diventa consequenzialmente stravagante, bizzarro, problematico.

La patologia grave nasce dall’impossibilità di collocarsi in una trama narrativa costruita dal sistema di appartenenza (sebbene la stessa situazione potrebbe anche portare a una situazione di creatività), mentreparadossalmente il trauma del maltrattamento, per quanto invalidante, non confonde su dove ci si trova o sul proprio ruolo (almeno, non di regola).

Luca Mazzucchelli

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