Superare una perdita
Spesso la persona in lutto viene troppo facilmente diagnosticata come depressa o come avente un disturbo post-traumatico da stress. Pur avendo diverse analogie con i due disturbi citati, il processo del lutto ha caratteristiche proprie che lo caratterizzano e differenziano, basti pensare che i normali farmaci antidepressivi non hanno comunque effetto in persone che stanno vivendo la perdita di una persona amata.
È innegabile che il lutto abbia i propri e caratteristici sintomi e risvolti psicologici, ma come tutti i sintomi, anche il lutto ha un proprio significato e una propria finalità. Si tratta di un processo di adattamento alla morte di una persona con cui abbiamo condiviso molti aspetti importanti della nostra vita (un genitore, un figlio, una sorella, il partner…).
Che cosa vuol dire adattarsi alla morte di una persona cara?
La morte, così come la nascita, è un evento irreversibile che inevitabilmente segna un netto confine tra un “prima” e un “dopo”: occorre quindi accettare la fine irreversibile di un “prima” che non c’è più e un “dopo” che non potrà più essere come immaginato. Partendo dal presupposto che ogni decesso comporta dolore, non si può negare che l’età e le modalità che portano alla scomparsa di una persona incidono notevolmente nel modo di vivere il lutto nelle persone amate: non si tratta di fare un’inutile e asettica scala del dolore, ma appare evidente come parlare di familiari di donatori d’organi significa parlare di persone che hanno vissuto una perdita per lo più improvvisa e precoce rispetto alla speranza di vita media. Si tratta di lutti più difficili (e a volte impossibili) da accettare, costringono chi rimane a doversi confrontare con un’assenza che inizialmente è onnivora, divora tutto. Il lavoro del lutto dovrebbe portare la persona a integrare nella propria storia una perdita senza senso: l’obiettivo è evitare che una perdita senza senso diventi una perdita di senso, altrimenti, il lutto diventerebbe così una storia dominante che imprigiona nelle proprie trame la realtà di chi rimane (Dott. Gelati, comunicazione personale).
Dott. Emanuele Zanaboni
Dott. Emanuele Zanaboni
BOWLBY, J., Attaccamento e perdita. Vol. 3, Bollati Boringhieri, Torino, 1983.
NEIMEYER R., Lessons of loss: A guide to coping, Brunner Routledge, New York, 2000.
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Io,33enne, ho perso entrambi i genitori l'uno a distanza di 13 giorni dall'altro.
Mio padre, 82enne se n'è andato il 12 maggio per un ictus fulminante. Mia madre, 78enne l'ha seguito il 25 maggio. Era da tempo malata di Alzheimer e nell'ultimo anno era oltremodo peggiorata. Ciò che mi stupisce è che mi pare di non provare alcun dolore. Certo è triste tornare a casa da lavoro e trovarla vuota...
Ritengo che la patologia di mia madre mi abbia permesso di elaborarne il lutto quando era ancora in vita. Non è stato così per mio padre, che sino al giorno precedente stava bene.
La mia domanda è: cosa mi sta capitando? Perché sembro immune e anestetizzata al dolore?
la ringrazio per aver raccontato la sua storia e spero che questa mia risposta possa esserle di aiuto.
Il primo elemento che mi ha colpito è il brevissimo tempo passato dalla perdita di papà e mamma, un tempo che mi imagino sia stato denso di impegni burocratici ed organizzativi che l'avranno coinvolta moltissimo.
Quando mi domanda "cosa mi sta capitando" è come se si sentisse "anormale", "diversa", forse "non a posto" perchè si sente "immune e anestetizzata" dal dolore.
Quel che volevo condividere con lei è che non esiste un'unica modalità di vivere delle perdite importanti, e ancor di più sento di poter dire che non ci sono atteggiamenti o intensità di emozioni "normali".
Se mi fermassi qui sentirei però di non esser rispettoso della sua storia, perchè per il momento ho condiviso con lei solo delle risposte su base teorica e generale, ma la storia di ogni persona è unica e come tale va affrontata.
Per poter conscere meglio nella sua storia e per avere quindi gli elementi per potermici confrontare rispettosamente e adeguatamente, avrei bisogno di diverse altre informazioni che riguardano i periodi precedenti la perdita di papà e mamma e anche antecedenti la malattia della mamma.
Da quanto mi scrive, sembra che in questo momento il lutto più difficile sia stato quello del papà. perchè alla perdita della mamma aveva avuto modo di pensare durante la sua malattia: per rispondere alle sue domande, sarebbe imporante conoscere bene la storia della malattia della mamma, da quanto tempo era in corso e come vi eravate organizzati attorno a questo triste evento.
Mi piacerebbe capire come fossero i rapporti con la mamma, prima e durante la malattia, e anche i suoi rapporti con papà.
Da come scrive mi sembra di aver capito che lei e i suoi genitori abitavate insieme, e mi chiedo se in questi anni lei
sia stata molto impegnata nella cura e nell'aiuto a mamma e papà.
Mi piacerebbe sapere se è figlia unica o se ha fratelli e sorelle (ipotizzo maggiori, considerando la differenza di età coi suoi genitori) che abitano fuori casa, anche per capire con quali altri "tipi di lutto" si confronta e come sono stati i rapporti tra voi in questa difficile fase di vita.. o, diversamente, se ha dovuto affrontare tutto da sola.
Se sente che per lei è utile e importante affrontare queste tematiche potrebbe rivolgersi ad uno psicologo o psicoterapeuta che l'aiutino in questo passaggio e a trovare le risorse per potere affrontare il più serenamente possibile il suo futuro.
Spero di esserle stato di aiuto e le auguro che riesca a trovare le risposte alle sue domande e una serenità di fondo che, nel tempo, accanto al ricordo di papà e mamma, l'accompagni nel suo percorso.
Emanuele Zanaboni