Psicologo Milano

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elaborazione del lutto - Milano

Alcune riflessioni sulla scomparsa di Simoncelli e le reazioni che ha suscitato

 

Perchè la morte degli altri riecheggia tanto in noi?

E’ sulle prime pagine di tutti i giornali la notizia della prematura scomparsa di Marco Simoncelli, giovane ventiquattrenne dal carattere aperto, brillante, estroverso e solare.

Quello che ho potuto notare in questi 2 giorni dalla tragica notizia, nella mia pratica clinica ma anche osservando e parlando con amici e conoscenti, è un interesse a questa vicenda sicuramente molto elevato. Quanto successo sta facendo scaturire emozioni forti, capaci di appassionare e coinvolgere in maniera profonda e sincera un pubblico molto vasto e non solo tra gli appassionati delle gare su due ruote.

Quale lavoro per elaborare il lutto?

Superare una perdita

Spesso la persona in lutto viene troppo facilmente diagnosticata come depressa o come avente un disturbo post-traumatico da stress.  Pur avendo diverse analogie con i due disturbi citati, il processo del lutto ha caratteristiche proprie che lo caratterizzano e differenziano, basti pensare che i normali farmaci antidepressivi non hanno comunque effetto in persone che stanno vivendo la perdita di una persona amata.
È innegabile che il lutto abbia i propri e caratteristici sintomi e risvolti psicologici, ma come tutti i sintomi, anche il lutto ha un proprio significato e una propria finalità. Si tratta di un processo di adattamento alla morte di una persona con cui abbiamo condiviso molti aspetti importanti della nostra vita (un genitore, un figlio, una sorella, il partner…).
Che cosa vuol dire adattarsi alla morte di una persona cara?

Il lutto impossibile

lutto patologicoIl lutto impossibile

Tra le diverse categorie particolari di lutto possibile, una particolare è rappresentata da quei lutti che non sono necessariamente patologici, ma si connotano come impossibili da elaborare: si tratta di perdite che intaccano in modo totale il sé delle persone rimaste. Sono morti impossibili da integrare nella propria storia: si pensi ad esempio all’aborto spontaneo, alla morte di un coniuge in età avanzatissima dopo una vita passata fianco a fianco, oppure la morte di un figlio, come accaduto a Genevieve Jurgensen
[1], giornalista francese che ha visto morire le sue due figlie, di 4 e 7 anni, in un incidente stradale. A tal proposito, Genevieve scrive una frase che è emblematica per il lutto impossibile: “…che loro non impediscano a me di vivere, che io non impedisca a loro di morire”.

Il lutto patologico

Lutto patologico

In questa categoria la letteratura psicologica classifica diverse reazioni “patologiche”: tralasciando le diverse etichette diagnostiche, ciò che le accomuna e caratterizza un lutto patologico è la presenza di un dolore implacabile ed inestinguibile, vissuto come l’unica possibilità di mantenere il legame con la persona scomparsa
(a differenza del lutto elaborato, in cui questa fase è solo una tappa iniziale di tutto il decorso).  Nella poesia “Dieci giorni”,  in cui Ungaretti parla della morte del figlio, vi è un verso particolarmente emblematico per esprimere il dolore tipico di un lutto patologico: “…e t’amo e t’amo ed è continuo schianto!”. 

Il lutto elaborato

lutto elaboratoLa ferita del lutto

Un lutto elaborato non comporta l’assenza di una ferita: come detto nelle fasi iniziali di questo contributo, tendiamo sempre a conservare il lutto, in quanto costituisce il modo per mantenere il legame con la persona scomparsa. La ferita tipica di un lutto elaborato è però una ferita che si è cicatrizzata: il segno rimane, ma consente di continuare a vivere; proprio come le ferite di vecchi traumi fisici: ci sono momenti in cui il dolore si riacutizza, ma si riesce a preservare un funzionamento normale.
Il dolore per la sua assenza non potrà mai essere più grande della gratitudine per esserci stato”.

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