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Rifugio alcolico

 

Ogni anno, in Italia, più di 20mila persone muoiono per abuso di alcol e per problemi alcolcorrelati.

La più antica delle dipendenze è quella che più stenta ad essere riconosciuta nella sua gravità.
Le bevande a contenuto alcolico sono radicate nelle nostre origini culturali, nelle abitudini alimentari e nelle consuetudini sociali con cui ci rapportiamo ogni giorno. Occorre distinguere l’uso di alcol dal suo abuso, fenomeno che si ripercuote sulla condotta dell’individuo (nei casi più gravi si può andare incontro a crisi d’astinenza di pari intensità a quelle dell’eroinomane), sull’ambiente sociale che lo circonda (le famiglie patiscono situazioni di difficile gestione) e costi incredibili per tutta quanta la società (si pensi solo al prezzo di vite umane pagato per la guida in stato di ubriachezza).
Nell’intera Europa, circa un giovane su quattro, di età compresa tra i 15 e i 29 anni, muore a causa dell’alcol che rappresenta, secondo le ultime stime, il primo fattore di rischio di invalidità, mortalità prematura e malattia cronica tra i giovani.

Ogni anno, in Italia, più di 20mila persone muoiono per abuso di alcol e per problemi alcolcorrelati. In particolare, l’alcol è la causa di quasi la metà dei decessi conseguenti agli incidenti stradali che si registrano nel nostro Paese e che rappresentano la prima causa di morte per gli uomini al di sotto dei 40 anni. L’aumento del consumo di bevande alcoliche si riscontra soprattutto nelle fasce di età più vulnerabili, dai 14 ai 17 anni e nelle giovani donne; sono circa il 17,1% dei maschi, in questa fascia di età e il 13,8% delle femmine che consumano alcol al di fuori dei pasti.

La più antica delle dipendenze è quella che più stenta ad essere riconosciuta nella sua gravità nonostante gli allarmanti dati pubblicati sull’argomento dal Ministero della Salute e, attualmente, la riduzione dei danni sanitari e sociali causati dall’alcol è uno dei più importanti obiettivi di salute pubblica perseguiti da gran parte degli Stati europei.

Il problema andrebbe affrontato alle radici senza la leggerezza e la falsità tipica della nostra società, che non permette pubblicità televisive sulle sigarette ma chiude un occhio, anzi due, in caso di super alcolici e birre. E’ proprio questo l’aspetto che più di altri lascia perplessi: nonostante l’importanza sociale che il fenomeno ha ogni giorno di più, l’abuso di alcolici viene tollerato o addirittura stimolato.

Il problema a mio avviso non è il proibire le sostanze alcoliche o mettere al bando pub, vini, cocktails ma sarebbe quantomeno necessario evitare di incentivare giovani e non ad usarne e abusarne. La pubblicità genera in noi sempre un maggior numero di falsi bisogni e, a quanto pare, anche i nostri bisogni di bevitori sono soggetti al vaglio pubblicitario, il quale li indirizza a proprio piacimento.

L’affidarsi all’alcool è legato a bi-sogni profondi che hanno a che fare con la ricerca d’identità, modelli di comportamento, stile di comunicazione. Si beve per calmare l’ansia, darsi un contegno più sciolto, sentirsi alla pari nel gruppo, riempire un vuoto.

Sebbene non siano stati riscontrati precisi tratti di personalità legati all’abuso di alcol diversi autori psicoanalitici hanno osservato come l’alcol potrebbe essere una sorta di medicina in grado di restaurare (quando la bevanda ha effetto) un qualche senso di rispetto di sé e di armonia interna soprattutto per quei bevitori in cui vi sia scarsa autostima.

Sono caratteristiche spesso riscontrabili anche la bassa capacità di tollerare l’ansia, di controllare la propria affettività e un massiccio uso difensivo della scissione (meccanismo di difesa con il quale si tende a vedere le persone, se stessi e gli avvenimenti che ci circondano come “tutto nero o tutto bianco”, senza riuscire ad integrare in maniera armonica caratteristiche positive e negative). Diversi studi empirici (Vaglum, 1985) hanno messo in evidenza come il 30-39% dei pazienti alcolisti abbia anche una grave patologia borderline, mentre altri tendano a sviluppare quadri depressivi o sociopatie.

La patologia alcol correlata è stata fino a poco tempo fa letta tramite due modelli di riferimento. Il modello morale considera gli alcolisti interamente responsabili della loro malattia e vede i soggetti come edonisti alla ricerca di piacere per se stessi e disinteressati verso i sentimenti altrui. Il modello della malattia, invece, solleva l’alcolista dalla responsabilità legata alla sua condizione per lo stesso motivo per cui non è possibile accusare un diabetico di essere malato di diabete (Gabbard, 2000).

L’approccio degli Alcolisti Anonimi, che riscuote sempre maggior successo, sebbene si fondi su quest’ultima modalità di lettura della malattia, cerca al contempo di focalizzarsi sugli aspetti psicologici della persona per facilitarne un cambiamento strutturale. Perché il trattamento sia efficace è necessario un intervento integrato tra strutture pubbliche e private che riescano a dividere tra loro il lavoro necessario per il soggetto, verso la sua famiglia e sulla motivazione, senza catapultarlo e isolarlo in comunità lontano dagli sguardi dei famigliari e della società ma utilizzando la comunità terapeutica come stampella d’aiuto nell’accompagnamento nel percorso assistenziale, affinché l’alcolista sia supervisionato nel difficile compito di rimettere ordine nel suo “armadio di vita”.

Nel lavoro con gli alcolizzati riveste e rivestirà sempre una grande importanza il ruolo del gruppo di aiuto, che poco alla volta diventa uno specchio grazie al quale l’alcolista comincia ad avere una consapevolezza di sé. Fondamentale il suo ruolo anche nei periodi di ricaduta, perché grazie al sostegno, ai confronti e alle discussioni gruppali è possibile ritrovare un nuovo equilibrio, facendo stabilizzare i cambiamenti acquisiti. Il gruppo dà valore all’astinenza promuovendo uno stile di vita più sano, facendo interiorizzare regole e ruoli. Mettendo in primo piano l’importanza della gestione degli spazi, dei tempi, dei valori, permette di analizzare i vincoli e le opportunità che si presentano ai soggetti.

Luca Mazzucchelli

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.