Quando la Sindrome di Munchausen diventa seriale - Psicologo Milano
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Sindrome MunchausenQuando la Sindrome di Munchausen diventa seriale

   Morire è tremendo,

ma l’idea di morire

senza aver vissuto è insopportabile.

Erich Fromm 

Nel precedente articolo abbiamo delineato la definizione della Sindrome di Munchausen, parlando delle sue origini storiche e di come si è arricchito il termine. Abbiamo cercato di elencare degli elementi per riconoscere la Sindrome e, infine, abbiamo parlato delle difficoltà che si incontrano nel riconoscere la Sindrome di Munchausen da una vera malattia legittima, soprattutto per le conseguenze di un trattamento non adeguato.

Oggi invece facciamo una breve descrizione riguardante alcune tipologie di genitori:

Sindrome MunchausenQuando la Sindrome di Munchausen diventa seriale

   Morire è tremendo,

ma l’idea di morire

senza aver vissuto è insopportabile.

Erich Fromm 

Nel precedente articolo abbiamo delineato la definizione della Sindrome di Munchausen, parlando delle sue origini storiche e di come si è arricchito il termine. Abbiamo cercato di elencare degli elementi per riconoscere la Sindrome e, infine, abbiamo parlato delle difficoltà che si incontrano nel riconoscere la Sindrome di Munchausen da una vera malattia legittima, soprattutto per le conseguenze di un trattamento non adeguato.

Oggi invece facciamo una breve descrizione riguardante alcune tipologie di genitori:

  • cercatori di aiuto: sono casi solo apparentemente simili a quelli della SMP. Normalmente si ha un unico episodio di malattia immaginaria piuttosto che una lunga serie di esperienze mediche. Posta di fronte all’evidenza, la madre reagisce con sollievo, è disposta a collaborare e non tradisce alcun segno di ostilità o rifiuto. L’inganno le consente di cercare le cure mediche per sé, legittimando attraverso il figlio “malato” il bisogno di aiuto psicologico;
  • responsabili attivi: sono i casi da manuale della SMP, in cui un genitore direttamente e attivamente provoca i sintomi nel bambino tramite soffocamento, iniezioni o avvelenamento. Quello che stupisce è che queste madri sono straordinariamente cooperative e grate verso i medici, tanto da sembrare le madri ideali;
  • medico-dipendenti: in questi casi di SMP l’inganno si limita ad un falso resoconto dei precedenti clinici del bambino. Non c’è alcun intervento diretto sulla sintomatologia. Naturalmente, a causa di questi falsi sintomi, il bambino subisce molti esami inutili e dolorosi. Le madri sono convinte che i figli siano realmente malati e si risentono se medici e personale ospedaliero non confermano le loro convinzioni. I bambini di questo gruppo sono in genere più grandi. Le madri sono tendenzialmente più ostili, paranoiche ed esigenti verso i medici da cui sono “dipendenti”.

Un ulteriore sottotipo di SMP è stato individuato in quello definito “seriale”, ossia che si ripete con più figli all’interno della stessa famiglia. In una rassegna di 117 casi riportati in letteratura, la percentuale di episodi che si ripetono all’interno della stessa famiglia è del 9% (Rosemberg, 1987).

Spesso nei casi di SMP “seriale” i figli “si ammalano” uno per volta, di solito intorno alla stessa età del fratello precedente; tuttavia, sono riportati anche casi in cui tutti i figli venivano ricoverati nello stesso momento.

“Sono una protagonista”

Questo caso è avvenuto nello Stato di New York, ed è la vicenda di M., che nel periodo intercorso tra il 1972 e il 1985 perse 9 bambini. Le indagini alla fine appurarono che ben otto di questi bambini erano stati uccisi.

Questo è un primo particolare interessante: infatti, l´unico caso nel quale sicuramente non si verificò omicidio fu proprio il primo, quello relativo alla piccola J., che morì il 3 gennaio 1972 dopo appena 8 giorni di vita per una meningite acuta.

Poiché la bambina non uscì mai dall´ospedale in cui fu partorita, la sua morte è l´unica su cui non si sospettò mai, e che venne archiviata con assoluta certezza come morte per cause naturali.

Sembra altamente probabile che questo primo, fortuito episodio, abbia avuto comunque un ruolo nei successivi comportamenti della madre nei confronti degli altri figli che morirono in seguito. Fatto sta che dopo appena 17 giorni fu la volta del fratellino di J.,G., che morì all´età di due anni immediatamente dopo il ricovero in ospedale, a causa di quella che i medici definirono un´infezione virale e le conseguenze di una crisi epilettica. In realtà le cause del decesso non vennero mai stabilite al di là di ogni ragionevole dubbio, poiché non venne mai effettuata l´autopsia. La terza vittima arrivò dopo due mesi dalla seconda, il 20 marzo. Si trattava di B., 4 anni. Non essendo possibile individuare cause di morte evidenti in questo caso venne fatta l´autopsia, e venne anche informata la Polizia.

Risultato: per quanto concerne l´autopsia la causa di morte venne fatta risalire a una generica “crisi cardiaca”, mentre la polizia dopo una breve indagine e una consultazione con i medici dell´ospedale provvide a archiviare il tutto.

L´anno dopo fu la volta del piccolo T., di appena due settimane, che morì nel medesimo ospedale in cui era morto G.; anche in questo caso, non essendo in grado di risalire alle causa dell´evento, i medici decisero per una diagnosi salomonica e generica di SIDS (Sudden Infant Death Sindrome, Sindrome della Morte Improvvisa del Neonato), e nonostante si trattasse del quarto figlio di M. che moriva in tre anni anche in questo caso non venne coltivato alcun sospetto da parte delle autorità sanitarie.

La quinta vittima arrivò dopo circa 2 anni e mezzo, quando la stessa sorte dei fratellini toccò a N., 5 mesi. Venne fatta l´autopsia, e venne diagnosticato un edema polmonare. Nessuna indagine, nessun sospetto. Dopo più di 3 anni fu la volta di W., tre anni e mezzo, incredibilmente anche in questo caso venne invocata la Sindrome della Morte Improvvisa del Neonato come causa della morte, e incredibilmente anche in questo caso non vennero adottate precauzioni né svolte indagini. Un anno dopo morì S., tre mesi, e in questo caso la morte addirittura venne archiviata come avvenuta per cause ignote. La svolta avvenne l´anno dopo, quando venne portato in ospedale, ormai agonizzante, D., 3 anni.

Nonostante gli sforzi profusi non fu possibile salvargli la vita. Questa volta però la morte del bambino venne definita “molto sospetta”, anche se si attribuì a un attacco di polmonite. Ma ancora si decise di non fare nulla, nonostante ormai fossero 8 i figli di M. morti. Dovette avvenire l´ultimo episodio, relativo a C., 4 anni dopo, perché maturasse finalmente la svolta. La bambina, anche lei di tre mesi come J., fu trovata svenuta nel lettino, con il cuscino sporco di sangue. Venne immediatamente trasportata in ospedale, non fu possibile salvarla, ma a questo punto – nonostante ancora una volta si fosse ricorso alla diagnosi di SIDS (Sindrome della Morte Improvvisa del Neonato), venne informata la polizia.

Un mese e mezzo dopo, M. veniva arrestata con l´accusa di omicidio della figlioletta. L´indagine non fu particolarmente lunga, ma nemmeno difficoltosa, visto che poco dopo l´arresto la madre confessò l´omicidio di C., motivando il suo gesto (di averla soffocata premendole un cuscino sul viso) con la motivazione che la bambina si agitava e piangeva. Non solo. M. confessò senza praticamente alcun bisogno di indagini supplementari, di avere ucciso anche i piccoli N. e T., sempre tramite soffocamento con un cuscino, motivando i suoi gesti con il fatto di non essere una buona madre. Negò sempre di avere ucciso gli altri figli. In questo caso la diagnosi di sindrome di Munchausen per procura arrivò con enorme ritardo rispetto a quanto avrebbe dovuto avvenire. I terapeuti che seguirono il caso spiegarono la vicenda come derivante dalla ricerca di attenzione. Venne quindi ipotizzato che l´ondata di condoglianze, solidarietà, vicinanza e attenzione derivata dal primo decesso, quello della figlioletta J., la prima morta dopo appena 8 giorni dalla nascita, avesse creato una sorta di dipendenza in M. tale da imporle di attirare l´attenzione su lei e il suo ruolo di madre addolorata, e che di conseguenza essa fosse stata indotta a uccidere un figlio dopo l´altro per ottenere le dosi di compassione e attenzione di cui aveva un grande bisogno. Al termine del processo M. venne condannata per omicidio di secondo grado. Venne quindi scartata l´imputazione nella sua forma più grave, quella dell´omicidio di primo grado, per cui l´imputata venne prosciolta dall´accusa di avere deliberatamente provocato la morte. Venne considerata colpevole di non averla evitata, attribuendo questo evento alla sua “depravata indifferenza nei confronti della vita umana”. Una sentenza di compromesso, che non le evitò una condanna – considerati successivamente anche gli altri procedimenti per le altre morti – all´ergastolo.

Che tipo di follia si impossessa improvvisamente di queste donne, costringendole ad uccidere il proprio figlio? Io penso che siano donne nelle quali un disagio sordo, intimo, cova da tempo, ed esplode senza apparente preavviso, conducendole ad azioni tragiche e irreparabili.

Forse, allora si può immaginare che si manifesti quello che potremmo definire un senso di soffocamento all’interno di situazioni familiari e sociali frustanti, di meccanismi percepiti come privi di senso, come terribilmente vincolanti di libertà e delle aspirazioni personali; inoltre un vivo senso di inadeguatezza ad accettare il ruolo di adulto responsabile che l’essere madre impone. Secondo me ciò che emerge è una società occidentale in profonda trasformazione, in cui la famiglia, la Comunità di appartenenza hanno perduto la loro forza rassicurante, la capacità di dare un senso alle azioni quotidiane e ai sacrifici di una madre.

Donne che uccidono, che si comportano come se tutto avesse un senso, quindi normali, ma dentro di loro sono depresse, angosciate e ormai per loro nulla ha più un senso, neanche il proprio figlio.

Teresa Lamanna

 

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.