Cosmesi e psicologia - Psicologo Milano
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trucco psicologiaEsiste una relazione tra il trucco che indossiamo e il nostro modo d’essere?

In questo articolo parlo di un argomento sul quale mi ha chiesto di esprimermi una radio austriaca: il rapporto tra la cosmesi e la psicologia. “Cosa c’è dietro al make up delle donne?”.
Questa domanda ha sollecitato in me diverse riflessioni, alcune delle quali condividerò con voi qui di seguito a mo’ di spunti per innescare una discussione sul tema.
In particolare toccherò i seguenti temi:
Il trucco come indice di appartenenza
Il trucco: quando si esagera
Quando preoccuparsi
Uno dei significati psicologici del trucco
Il trucco come comunicazione

 

trucchi psicologiciIl trucco come indice di appartenenza

L’antropologia ci insegna che il truccarsi, fin dagli albori, nasce non solo con la funzione di abbellimento dell’immagine corporea, ma che ha a che fare con il concetto di identità e appartenenza culturale a diverse etnie e razze.
Si pensi, solo per citare alcuni esempi, ai nativi americani e ai loro tipici costumi e colori che sanciscono l’appartenenza a una determinata tribù, alle donne indiane che sono solite marcarsi la fronte per comunicare al mondo il loro nuovo status, agli indigeni delle tribù che si truccano ulteriormente in occasione delle festività. In tutti questi casi truccarsi è una forma di comunicazione forte che ha il significato di differenziarsi dagli altri, di “gridare” e sbandierare la propria identità.
Oggi questo significato è rimasto in parte intatto, sebbene trasposto nel nostro modo di vivere il mondo. Pensiamo ad esempio alla recente moda degli emo, ragazzi che si truccano e vestono seguendo alcune regole in modo da appartenere a un certo gruppo. Prima di loro c’erano i punk, i metallari, i paninari e chi più ne ha più ne metta, mentre le generazioni a venire troveranno altri modi ancora diversi per differenziarsi da chi vive il loro contesto.
Certo mentre ci si differenzia da alcuni, si sviluppa anche un discorso legato alla ricerca di appartenenza ad altri (processo assolutamente normale durante il periodo adolescenziale). Questo perchè è presente l’idea che essere parte di un gruppo può a un qualche livello aiutarci a indossare una identità più precisa, meno confusa e più stabile, oltre che condivisa da altre persone.
Da questo punto di vista, quindi, il trucco, per gli aborigeni tropicali come per gli emo di oggi e domani, svolge una funzione comunicativa molto simile.

 

Il trucco nella quotidianità: eccesso o norma?

Oltre a questi riti più “tribali”, ci sono poi una serie di situazioni, forse le più frequenti, in cui un individuo si trucca perché vuole stare bene con se stesso. Questa abitudine è sana e indice di una volontà comprensibile di piacere agli altri e nascondendo agli sguardi altrui qualche piccolo difetto, piuttosto che valorizzando una determinata parte di sé.
Truccarsi assume importanza nella misura in cui una persona si sente a proprio agio con se stessa quando esce di casa. Pensiamo anche a come andiamo in giro vestiti: così come qualcuno si sentirebbe a disagio se vestito con uno stile che non gli appartiene (ad esempio non riuscirebbe a uscire da casa con il kilt) qualcosa di simile si può dire per il trucco, a tutti gli effetti una vera e propria abitudine soprattutto femminile, anche se in aumento tra il pubblico maschile.
Certo ci sono sempre dei limiti da rispettare e la massima di Aristotele “in medio stat virtus” è sempre di grande attualità. Penso agli estremi di un ipotetico continuum tra chi è completamente trascurato e disinteressato alla cura di sé, che può essere anche sintomo di depressione, a chi invece fa della attenzione verso l’estetica una vera e propria ossessione, rifacendosi magari tutto il corpo.
Una piccola maschera da indossare va anche bene: già Pirandello aveva sottolineato come di maschere ne abbiamo già a sufficienza a prescindere dal fatto che ci si trucchi o meno.
Se la mascherina diventa un cerone dietro al quale nascondersi, però, ricadiamo in uno degli estremi da cui stare attenti.

 

Quando preoccuparsi

I campanelli di allarme da tenere sotto controllo per chi è solito truccarsi molto, sono riconducibili al tempo che si dedica a queste pratiche oltre che, in secondo luogo, allo spirito che accompagna nel farlo. Quando il tempo dedicato diventa eccessivo, quando un trucco diventa indispensabile da sostituire, quando non si esce di casa se non si è “perfetti”, forse è il caso di farsi qualche domanda. In parole semplici quello che deve destare attenzione è quando si diventa dipendenti dal trucco: un discorso è un’abitudine alla cura di se stessi, l’altra è l’ansia esagerata se non si riesce a truccarsi come al solito. Truccarsi va bene ma occorre rimanere fedeli a se stessi, senza nascondersi dietro facciate apparentemente sicure.

 

Uno dei significati psicologici del trucco

Quando ci trucchiamo andiamo a modificare l’aspetto della nostra pelle, organo che rimanda al rapporto tra corpo e psiche poiché rappresenta una sorta di confine tra mondo interno e mondo esterno.
La pelle, quindi, va intesa come una parete che delimita e divide il fuori dal dentro ma, soprattutto, che mette anche in contatto queste due diverse realtà. Non è un caso che la psicosomatica teorizzi che quando avviene un conflitto tra le nostre istanze interne e il mondo circostante, il nostro corpo tenda a scaricare le tensioni sulla cute. E’ significativo che sia proprio la cute che noi andiamo a truccare, il confine tra noi e gli altri, agendo soprattutto sulla zona del volto, perchè la parte del corpo sulla quale prima di tutte, solitamente, cade l’attenzione degli sguardi altrui.
Come valorizzare al massimo allora il nostro “biglietto da visita”? Ogni buon venditore cerca di valorizzare i pezzi forti e nascondere quelli meno pregiati, in assoluta buona fede. Come in ogni opera di ristrutturazione, poi, uno può avere più o meno gusto, o compiere modifiche che poi, nella realtà, susciteranno un effetto contrario a quello sperato.
 

Truccarsi per comunicare

Già da diversi anni gli studiosi di psicologia sottolineano come sia impossibile non comunicare. Qualsiasi cosa che succede o che non succede ci comunica qualche emozione, significato, idea, impressione. Non è un caso che non esista una parola che indichi il contrario di “comunicazione”. Lo stesso termine “incomunicabilità” è un concetto che rimanda a un mare di emozioni, disagi, e altri sentimenti: tutti elementi fortemente comunicativi. Questo per dire che il nostro corpo, anche se fermo, comunica in continuazione messaggi a chi ci sta intorno. Come ci muoviamo nello spazio, come stiamo fermi, come occupiamo il nostro ambiente: sono tutti elementi informativi pieni di significati che vengono raccolti da chi ci guarda e da lui interpretati in base al tipo di struttura mentale che possiede.
Attraverso il non verbale “gettiamo” informazioni intorno a noi e il truccarsi è una potente forma di comunicazione rivolta non solo a se stessi (“mi piaccio quando mi guardo allo specchio così acconciata”) ma anche e soprattutto verso gli altri.
Il trucco è comunicazione e non credo sia un caso che le parti che solitamente le donne si truccano più frequentemente sono anche quelle più espressive del nostro volto: gli occhi e la bocca, entrambe interessate in modo determinante nei processi di ricezione dal mondo esterno.
Gli occhi, la nostra finestra sul mondo ma allo stesso tempo “specchio dell’anima”, servono per il così detto “contatto oculare” con l’interlocutore, trasudano comunicazione da tutti i pori proprio perché necessari a stabilire un contatto con l’altro, a connetterci con il mondo delle relazioni attorno a noi. La bocca è la spalla degli occhi nel completare una buona parte della comunicazione in uscita: un sorriso amaro, un sorriso pieno e genuino, le labbra contratte, socchiuse oppure serrate. I cinesi sono soliti dire addirittura”chi non sa sorridere non dovrebbe aprire un negozio”, proverbio indicativo su come a un qualche livello, il sorriso se bello e pieno possa ispirare la fiducia nelle persone che ci guardano.

Luca Mazzucchelli

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.