La psichiatria culturale - Psicologo Milano
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La psichiatria culturale

psichiatria culturaleDefinizione di psichiatria culturale e discussione terminologica

Tratto dalla tesi di Laurea della dott.ssa Giada Negri

Definizione di psichiatria culturale e discussione terminologica

Prima di definire la psichiatria culturale, è indispensabile accennare ad alcuni termini ad essa strettamente correlati. La cultura è definita come una modalità di comportamento e di stile di vita condivisi da un gruppo di persone, che è unico e diverso da quello di altri gruppi; essa rappresenta la totalità della conoscenza, dei costumi, delle abitudini, delle credenze e dei valori che modellano i comportamenti, le emozioni e le modalità di vita. La cultura si trasmette in modo transgenerazionale,

psichiatria culturaleDefinizione di psichiatria culturale e discussione terminologica

Tratto dalla tesi di Laurea della dott.ssa Giada Negri

Definizione di psichiatria culturale e discussione terminologica

Prima di definire la psichiatria culturale, è indispensabile accennare ad alcuni termini ad essa strettamente correlati. La cultura è definita come una modalità di comportamento e di stile di vita condivisi da un gruppo di persone, che è unico e diverso da quello di altri gruppi; essa rappresenta la totalità della conoscenza, dei costumi, delle abitudini, delle credenze e dei valori che modellano i comportamenti, le emozioni e le modalità di vita. La cultura si trasmette in modo transgenerazionale, tuttavia non costituisce una nozione statica ma si modifica quando viene trasmessa da una generazione a quella successiva (Leighton, 1967; Gonzàlez et. al, 1995). Per finire, ogni unità culturale è astratta, quindi non facilmente etichettabile e, per questo motivo, viene spesso identificata col nome di un gruppo etnico o di un Paese.

Il concetto di razza, invece, serve a raggruppare tutti gli esseri umani in base al loro aspetto fisico (APA, 2002). Anche se è un concetto discutibile, esso ha comunque avuto un forte impatto su tutte le popolazioni.

L’ etnia, invece, è rappresentata da un gruppo particolare di persone visibilmente diverse dagli altri gruppi di persone (Tseng, 2000). Gli appartenenti ad un gruppo etnico condividono tradizioni storiche, lingua, religione, cultura, retroterra razziale e sono affiliati tra loro. L’etnia, perciò, indica il senso soggettivo di appartenenza tipico di un insieme di persone con origini, convinzioni e pratiche socio-culturali comuni.

Quindi, l’etnia si riferisce ad un gruppo ben definito di persone, mentre la cultura indica lo stile di vita condiviso da un gruppo.

La sottocultura, invece, si riferisce, più specificamente, a rami della popolazione, all’interno di una società, che mantengono sistemi culturali diversi da quelli della maggioranza. Anche se le sottoculture più piccole, spesso, possiedono le stesse origini razziali del gruppo maggioritario, esse sono caratterizzate, per scelta, da diversi sistemi di credenze, valori e stili di vita. La loro differenza è riconducibile ad una scelta ed è proprio questo fattore che le distingue dalle minoranze, anche se, solitamente, i due termini vengono utilizzati in modo indistinto.

La psichiatria culturale rappresenta un ramo specifico della psichiatria e riguarda principalmente gli aspetti culturali del comportamento umano, della salute mentale, della psicopatologia e del trattamento (Tseng, 2000). Più nel dettaglio, essa descrive, definisce, valuta e gestisce tutti i disturbi psichiatrici in relazione ai fattori culturali. Tuttavia, bisogna ricordare che descrivere la psichiatria culturale come una branca della psichiatria risulta limitante poiché, probabilmente, più che di una disciplina a sé stante si tratta di un’aggregazione di teorie applicabili in ambito clinico. Comunque sia, attualmente, i confini della psichiatria transculturale non sono ancora ben definiti e questo permette il confluirvi di altri campi del sapere, di solito separati gli uni dagli altri. Per quanto riguarda l’ ambito clinico , la psichiatria culturale si prefigge il compito di occuparsi del trattamento di disturbi psichiatrici relativi a persone di diverse etnie o con un differente bagaglio culturale. Ciò implica una valutazione, un trattamento ed una riabilitazione adatte alla cultura a cui ci si riferisce. Riguardo al campo della ricerca , la psichiatria culturale studia il modo in cui i fattori etnici o culturali influenzano il comportamento umano e la psicopatologia ma si occupa anche del trattamento. Infine, da un punto di vista teorico , questa disciplina si prefigge come fine ultimo quello di espandere le conoscenze che già si possiedono sul comportamento umano e sui disturbi mentali transculturalmente, per facilitare lo sviluppo di teorie valide universalmente e applicabili ad ogni cultura.

Uno dei primi termini utilizzati per descrivere la psichiatria culturale è stato quello di psichiatria primitiva , utilizzato dall’antropologo americano George Devereux nel 1940. Questo termine si riferiva allo studio dei disturbi psichiatrici e dei metodi di cura degli stessi nelle culture pre-letterate. Kiev, nel 1972, ha introdotto il termine psichaitria pre-scientifica , riferendosi sempre allo studio dei disturbi mentali nei primitivi. Tuttavia, entrambi i termini avevano connotazioni negative ed è per questo che il loro utilizzo è andato scemando nel corso degli anni. Il concetto di etnopsichiatria, invece, è più recente e si riferisce alla psichiatria applicata ai gruppi etnici, in corrispondenza dell’etnografia. Essa, in particolare, si occupa delle concezioni popolari dei disturbi emotivi, delle interpretazioni dei disturbi psichiatrici e dei metodi tradizionali di cura. Termini con significato simile a questo sono quelli di psichiatria popolare e psichiatria antropologica , utilizzati da altri studiosi.

Lo scienziato canadese E.D. Wittkower (1964), invece, fu il primo ad osservare la psichiatria culturale come una disciplina riguardante la frequenza, l’eziologia e la natura del disturbo mentale.

Fu G.Devereux, negli anni Cinquanta, ad introdurre il termine di psichiatria transculturale allo scopo di enfatizzarne l’applicabilità oltre i confini culturali, contrapponendosi al termine di psichiatria interculturale che si occupava invece di comparare aspetti contrastanti della psichiatria in culture diverse. Utilizzando questo termine, l’autore si rifaceva alla transculturazione introdotta da F. Ortiz come sinonimo di acculturazione. In questo periodo si iniziò quindi a comprendere come l’acculturazione non fosse unidirezionale ma bidirezionale, per questo si dovette mutare il termine usato per descriverla in transculturazione. Perciò il termine assimilazione culturale risulta limitante poiché il contatto tra diverse culture non implica una sostituzione meccanica di una cultura con l’altra, bensì uno scambio dialettico tra le due parti.

Secondo lo psichiatra Burton Bradley (1975) in ogni rapporto tra medico e paziente avviene uno scambio di culture o sottoculture: da questo punto di vista, quindi, tutta la psichiatria potrebbe essere considerata, in qualche modo, transculturale.

Nel secondo dopoguerra la psichiatria transculturale si sviluppò come psichiatria della transculturazione o cross-cultural psychiatry. Fu G.Devereux, nel 1968, a definire la psichiatria transculturale o metaculturale come scienza che studiava la relazione tra psicopatologia e cultura. J.M. Murphy e Leighton (1965), invece, utilizzarono il termine di psichiatria interculturale per accentuare le caratteristiche comparative di questa disciplina.

H.B.M. Murphy (1982) e P.M. Yap (1974), invece, rifacendosi alla tradizione kraepeliniana, utilizzarono il termine di psichiatria comparativa. Questa scienza si occupava dello studio delle relazioni intercorrenti tra i disturbi mentali e le caratteristiche psicologiche che differenziano le nazioni, i popoli e le culture. I suoi principali obiettivi erano quelli di identificare, verificare e spiegare i legami esistenti tra i disturbi mentali e queste caratteristiche psicosociali. Questa disciplina, comunque, era molto teorica e non aveva la possibilità di essere applicata praticamente.

Nel 1969 l’American Psychiatric Association (APA) definì la psichiatria transculturale come lo studio comparativo della salute e della malattia mentale presso diverse società, nazioni e culture e come le inter-relazioni dei disturbi mentali con gli ambienti culturali.

Recentemente, il termine psichiatria culturale è stato quello più utilizzato. Ad esempio, gli studiosi Favazza e Oman (1978) e Tseng e McDermott (1981) proposero l’utilizzo di questo termine poiché seguiva le suddivisioni applicate sino a quel momento alla psichiatria, cioè la branca biologica, quella sociale e la psichiatria di comunità. Questo termine ha ottenuto maggiore successo degli altri poiché non implica dei riferimenti all’esotico, non ha connotazione negativa né presuppone una singola metodologia i studio.

La psichiatria culturale riconosce l’importanza della biologia nell’nfluire sul comportamento umano e sui disturbi mentali ma, per definizione, essa è maggiormente orientata al sociale e alla cultura. Essa si basa sull’ antropologia medica , sulla psicologia interculturale e sulla sociologia medica . La prima disciplina, avviata da Ippocrate, si è resa necessaria dopo la seconda guerra mondiale (Fabrega, 1972) e si occupa degli aspetti medici dell’adattamento e del maladattamento dei gruppi umani al loro ambiente socio-culturale, dell’epidemiologia dei disturbi , dell’etnomedicina e degli aspetti medici dei sistemi sociali, della malattia e dei cambiamenti sociali (Landy, 1977; Lieban, 1974).

La psicologia interculturale, invece, studia il comportamento e l’esperienza riferiti alle diverse culture (Triandis, 1980). Essa rappresenta lo studio scientifico del comportamento umano e della sua trasmissione, considerando il modo in cui le forze sociali e culturali influenzano il comportamento (Berry, Poortinga et al., 1992; Segall, Dasen et el., 1990).

La sociologia medica, infine, si occupa dei problemi medici presenti nella rete sociale.

Altre discipline strettamente collegate con la psichiatria culturale sono la psichiatria sociale e quella di comunità.

La psichiatria sociale studia gli aspetti socio-ambientali del comportamento umano e dei disturbi psichiatrici (Opler, 1967). Questa scienza ha avuto origine a causa dell’annichilimento del senso della vita umana provocato dalla prima guerra mondiale e dal rapido cambiamento sociale apportato dall’industrializzazione. La psichiatria di comunità, invece, rappresenta quella parte della psichiatria sociale che studia la salute mentale, la cura dei disturbi psichiatrici e la loro prevenzione all’interno di una data comunità. Questa disciplina si focalizza sulla comunità come un tutt’uno e non sul singolo paziente, sulla famiglia o sul gruppo.

Dalla psichiatria culturale, infine, sono derivate la psichiatria delle minoranze e l’etnopsichiatria. La psichiatria delle minoranze si occupa dello studio delle minoranze etniche (Jones, Korchin, 1982; Littlewood, Lipsedge, 1989; Powell et al., 1983). Il presupposto di questa scienza è che le minoranze, cioè sottogruppi meno privilegiati di persone in una società, abbia avuto delle esperienze psicologiche speciali e negative, come ad esempio la discriminazione dalla maggioranza, la deprivazione culturale, o problemi di identificazione etnica e la carenza dei servizi sanitari e quindi anche di quelli riguardanti i disturbi psichiatrici.

È ancora acceso, in psichiatria culturale, il dibattito sulla differenza tra disease e illness (Alarcòn & Ruiz, 1995). Il primo termine si riferisce alle componenti biologiche del disturbo, mentre il secondo a quelle socio-culturali e quindi alle risposte soggettive, emotive e comportamentali.

Secondo Fabrega (1989, 1991) ogni teoria del disease-illness include un principio culturale ed è tipica del sistema medico di una determinata società.

Secondo Devereux (1961), una scienza può essere pura, cioè non dipendente dal contesto culturale, per un certo periodo di tempo ma quando diventa rispettabile ed indigena, acquisisce inevitabilmente caratteristiche culturali.

La cultura, secondo Alarcón (Alarcón et al., 1999), svolge cinque principali funzioni rispetto alla psicopatologia. La prima è costituita dal fatto di rappresentare uno strumento rappresentativo ed esplicativo poiché serve a dare un senso al disturbo psichico e a renderlo meno patologico, all’interno del suo contesto culturale.

Un’altra funzione della cultura è quella patogena e patoplastica, infatti alcuni eventi culturali possono contribuire alla genesi di un disturbo e la cultura può plasmare vari aspetti della mente umana, come ad esempio il contenuto di deliri o allucinazioni, il significato di manifestazioni ansiose e il significato dei sintomi.

La cultura ha anche una funzione diagnostica e nosologica poiché evita che si classifichino come patologici comportamenti tipici di alcune culture.

Essa funge anche da involucro protettore e fornisce un ambiente adeguatamente terapeutico.

Infine, la sensibilità culturale, la rilevanza culturale e la competenza culturale determinano il livello dei servizi clinici presenti in una comunità.

Attualmente la psichiatria culturale è costituita da moltissimi campi di ricerca: le interazioni tra cultura e personalità, i problemi negli ambienti che subiscono rapidi cambiamenti sociali, gli atteggiamenti e le opinioni riguardo alle devianze comportamentali, gli stili di comunicazione, la valutazione dello stress, le determinanti culturali delle scelte politiche, l’utilizzo delle tecniche terapeutiche con diversi gruppi etnici, l’etnopsicofarmacologia e le implicazioni culturali dei nuovi approcci all’erogazione dei servizi da parte del sistema sanitario (Draguns, 1986; Fishman et. al, 1993; Gaw, 1995; Lefley, 1990; Lu, 1996; Pumariega et. al, 1996).

Luca Mazzucchelli

 

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.