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Hikikomori e ritiro sociale in adolescenza  – intervista ad Antonio Piotti

hikikomori e ritiro in adolescenza

antonio piotti psicologo Antonio Piotti è Psicoterapeuta, insegna Prevenzione delle condotte auto lesive e del tentato suicidio adolescenziale presso l’alta scuola di psicoterapia psicoanalitica dell’adolescenza e del giovane adulto A.R.P.Ad-Minotauro, è docente presso l’Istituto per la Clinica dei Legami Sociali di Milano e insegna Filosofia presso il Liceo Agnesi di Milano.  E’ impegnato prevalentemente nel trattamento delle crisi scolastiche, del ritiro sociale e nella prevenzione di gravi comportamenti auto lesivi.

 

Indice

00:43 Ritiro sociale: cosa significa e interpretazione del fenomeno

03:36 Il ruolo delle nuove tecnologie nel ritiro sociale

04:48 Dal ritiro sociale alla depressione o suicidio

05:46 Qualche consiglio per i genitori di ragazzi socialmente ritirati

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Luca Mazzucchelli: Un saluto a tutti da Luca Mazzucchelli. Oggi parliamo di ritiro sociale, un fenomeno in aumento e che gli operatori del benessere e psicologi sentono sempre più arrivare alle loro orecchie. Lo faccio dal convegno internazionale del ritiro sociale in adolescenza dove mi sento un felice ospite. E’ qui con me a parlare Antonio Piotti, che è psicologo e psicoterapeuta, filosofo nonchè organizzatore del convegno di oggi. Grazie Antonio.

Antonio Piotti: Grazie e buongiorno…

Ritiro sociale: cosa significa e interpretazione del fenomeno

LM: Ritiro sociale Antonio … Possiamo mettere a fuoco il significato di questa parola?

AP: Sì, la parola è nata originariamente in Giappone, loro dicono Hikikomori. Hikikomori vuol dire starsene in disparte, ritirarsi, nascondersi. Il ritiro sociale è una sindrome nuova, noi l’abbiamo scoperta una decina di anni fa e rappresenta un comportamento adolescenziale nuovo, uno stile adolescenziale nuovo che consiste proprio nel sottrarre il corpo alle relazioni. In pratica questi ragazzi non vanno più a scuola, non frequentano amici, non incontrano persone dell’altro sesso e sempre più si rinchiudono nella loro stanza rifiutando anche i contatti con la madre, con il padre in famiglia, invertono il ritmo circadiano fra giorno e notte e quindi se ne stanno svegli di notte e dormono di giorno. Cosa fanno quando sono svegli la notte nella loro stanzetta? Si attaccano alla rete di solito, altre volte anche no, ma intrattengono una serie di attività. Da un certo punto di vista persino il termine “ritiro sociale” andrebbe un po’ rivisto, perchè in realtà si tratta di una forma di socializzazione virtuale, potremmo chiamarla cosi, in cui viene inibita totalmente la relazione attraverso il corpo e viene invece sviluppata una relazione diciamo così immaginaria, virtuale che sostituisce quella concreta.

LM: Che tipo di interpretazione possiamo dare a questo fenomeno?

AP: E’ molto difficile capire le cause di questo fenomeno, interpretarle e in qualche modo farsene una ragione, però tra tutte le ipotesi possibili attualmente a noi sembra di individuare principalmente quelle di un cambiamento radicale che è avvenuto all’interno del nostro contesto sociale: il passaggio da una società edipica, basata sulla colpa, sul Super Io, sull’idea della punizione e anche però sull’idea dell’identità e dei ruoli ben definiti, ad una società di tipo narcisistico, basata non più sul Super Io ma sull’ideale dell’Io,  basata non più sulla colpa ma sulla vergogna, una società nella quale l’esposizione del corpo non è più repressa ma è anzi favorita, richiesta, perciò uno deve avere un corpo adeguato a questa esposizione oppure deve aver fatto i conti con il fatto di non avercelo e questo in adolescenza oggi è particolarmente complesso. Gli adolescenti hanno sempre avuto un problema con il loro corpo, con l’esporre il loro corpo, ma in questo contesto sociale che fa dell’esposizione del corpo la cosa fondamentale allora il problema diventa assai più grave, assai più difficile e quindi è normale che ci siano degli adolescenti che stanno in questa impasse e che quindi non esisbiscano il loro corpo anche se continuano a vivere nella dimensione virtuale.

Il ruolo delle nuove tecnologie nel ritiro sociale.

LM: Quale ruolo, se hanno un ruolo, ricoprono le nuove tecnologie all’interno di questa dinamica?

AP: Questo è un’altra domanda importante, perchè noi all’inizio […] abbiamo seguito un po’ la logica dominante secondo la quale le nuove tecnologie e la rete erano viste come qualcosa di demoniaco, che seduce, cattura questi ragazzi e gli impedisce di svilupparsi autonomamente, come se la malattia fosse la rete,  il problema fosse la rete. Tutte le ricerche che abbiamo fatto in  Italia, in Francia, in Giappone soprattutto, dove questo fenomeno è nato venticinque anni fa, mostrano invece che le cose non stanno così, che la rete non è la causa del ritiro, è la coseguenza del ritiro. Anche in Giappone che  è il paese un po’ paradigmatico, dove ci sono sei – settecentomila casi di ritiro sociale, abbiamo visto che molti ragazzi si ritirano senza farti accedere alla rete rete e il fenomeno del ritiro è cominciato prima della diffusione di internet e da questo punto di vista noi vediamo la rete più come una difesa, come una fuga, come qualcosa di sostitutivo ecco, propriamente un sintomo sostitutivo.

LM:Quanto è grande il passo tra il ritiro sociale e depressione o suicidio?

AP: Anche rispetto a questo le questioni vanno viste con attenzione. All’inizio pensavo che fosse una situazione molto fluidificata e confinante. Io mi sono molto occupato della questione del suicidio adolescenziale, ho lavorato molto su questa questione, ma poi mi sono accorto che da un certo punto di vista il ritiro protegge rispetto al suicidio, rispetto all’ideazione suicidaria. E’ come se i soggetti che potrebbero avere un’ideazione suicidaria dentro nella rete, potrebbero avere un’idea suicidaria perché hanno un corpo che giudicano inadeguato, triste, brutto, incapace di relazionarsi con gli altri quindi da buttar via, dentro la rete trovassero un sintomo sostitutivo, trovassero una possibilità relazionale alternativa, senza corpo e questo in qualche modo li protegge dalla suicidalità.

Qualche consiglio per i genitori di ragazzi socialmente ritirati.

LM: Un’ultima domanda per i genitori all’ascolto: cosa deve fare un genitore secondo te in base alla tua esperienza per aiutare un figlio socialmente ritirato?

AP: Ci sono due linee di intervento per i genitori. La prima, l’idea di un intervento violento: strappi i cavi del computer, porti il ragazzo a vivere dentro la natura a fare delle esperienze che in qualche modo li portino fuori dalla rete. Questa modalità di intervento, che vede appunto la rete come la colpevole di tutto, secondo me non è risolutiva del problema e anzi rischia di riportare questi ragazzi in quel rischio suicidario da cui proprio la dimensione del ritiro li ha protetti. Rischio suicidale o anche rischio psicotico, perché penso che la rete in qualche modo ti protegga anche, in alcuni casi, da un esordio psicotico e quindi può essere interessante questo aspetto qua. L’altra soluzione che i genitori hanno, quella che noi suggeriamo di più, è quella di riformulare il loro rapporto con i figli e anche il loro rapporto con la rete. Si tratta di vedere che tipo di relazione hanno i ragazzi con la rete. Quando chiediamo a questi genitori cosa fanno questi ragazzi tutta la notte loro rispondono che sono su internet. Sì, ma bisogna cercare di capire cosa sono su internet, per esempio quale identità avatar hanno adottato, se fanno giochi di ruolo, se vedono film, se ascoltano musica, se hanno un profilo nei social network … perché ovviamente c’è ritiro e ritiro. Se fanno i giochi  “spara tutto” e basta o se invece fanno i giochi virtuali nella quale assumono identità, sperimentano … Insomma ci dovrebbe essere una relazione all’interno della rete fra genitori e figli …

LM: Quindi tu dici usare il sintomo, o comunque la rete, come pretesto conversazionale per ricreare una relazione fra genitori e figli …

AP: Che è quello che facciamo sempre con i sintomi …

LM: Esatto, chiarissimo. Antonio grazie mille per la chiacchierata, per chi avesse piacere ad approfondire il tema suggerisco la lettura de Il banco vuoto che è uno dei tuoi libri, è una storia appassionante di un ragazzo ritirato socialmente . Grazie ancora per oggi …

AP: Grazie a te  e grazie a tutti …

LM: Grazie a voi per averci ascoltato e alla prossima …

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.