Miriam Gandolfi - Psicologo Milano
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Miriam Gandolfi

 

bambini e tvSpiegare a tutti i costi è sbagliato: è il bambino che dice quando e cosa possiamo dire.

Sono sempre di più le notizie di cronaca nera che occupano le prime pagine di giornali e gli spazi televisivi. Ultimamente sembrano aumentare quelle riguardanti efferati omicidi che hanno come vittime i bambini e per carnefici i genitori. Provocatoriamente possiamo affermare che se una volta la domanda spinosa cui rispondere era “come nascono i bambini”, ultimamente aumenta la preoccupazione di spiegare “come si uccidono i bambini”. E' giusto trattare questi argomenti con i bambini? Se si, in che modo possiamo farlo?
Siamo andati a sentire il parere della dottoressa Miriam Gandolfi.

 

bambini e tvSpiegare a tutti i costi è sbagliato: è il bambino che dice quando e cosa possiamo dire.

Sono sempre di più le notizie di cronaca nera che occupano le prime pagine di giornali e gli spazi televisivi. Ultimamente sembrano aumentare quelle riguardanti efferati omicidi che hanno come vittime i bambini e per carnefici i genitori. Provocatoriamente possiamo affermare che se una volta la domanda spinosa cui rispondere era “come nascono i bambini”, ultimamente aumenta la preoccupazione di spiegare “come si uccidono i bambini”. E’ giusto trattare questi argomenti con i bambini? Se si, in che modo possiamo farlo?
Siamo andati a sentire il parere della dottoressa Miriam Gandolfi.
Dottoressa Gandolfi, i telegiornali danno ampio spazio a notizie di avvenimenti quali quello capitato a Cogne o quello che ha avuto il piccolo Tommy come triste protagonista. E’ giusto parlare e spiegare questi fatti ai nostri figli?
“Occorre tenere in considerazione due aspetti. Innanzitutto i genitori dovrebbero interrogarsi se hanno un rapporto con i propri bambini tale per cui i bambini stessi farebbero delle domande su questi temi. In linea di massima si può parlare quasi di qualunque cosa insieme a loro purché si abbia in famiglia la consuetudine di farlo. Se questa consuetudine esiste sarà il bambino stesso a mettere il genitore sulla giusta strada per affrontare il tema.
In secondo luogo appare fondamentale riuscire a rispettare quelle che sono le difese naturali di un bambino, che se è pronto a ricevere una risposta formula una domanda, se non è pronto a ricevere una risposta non formula la domanda: il bambino chiede solo se ha l’impressione che è permesso chiedere.”

Sembra dunque più corretto spostare l’attenzione sul “sentirsi pronti da parte dei genitori” piuttosto che “essere pronti i bambini” per accogliere le notizie?
“I genitori devono essere attenti a guardare loro figlio: non è tanto il problema di proteggerlo quanto di fargli capire che qualora ne avesse voglia è nelle condizioni di accedere ad un adulto che ha voglia di accoglierlo, di tenerlo in considerazione. Con queste precondizioni l’adulto che vede uno sguardo interrogativo nel bambino può anche porre la domanda: “Hai visto cosa è successo? vuoi sapere qualcosa?”. Non c’è una quantità di cose giusta da dire o un’età corretta per parlare loro di questi fatti: è l’aspetto di conversazione con il bambino che deve essere monitorato e che detta i tempi per capire come comportarci con lui.”

Oggi con la tv magari i bambini non fanno domande ma le informazioni vengono loro fornite lo stesso…
“Per questo è importante non lasciare il bambino in giro per casa da solo con i genitori assenti che non si accorgono dei figli con gli occhi sgranati davanti alla tv. Questo ci riporta al fatto che il bambino deve essere guardato da noi. E’ importante sapere che il bambino capisce e cattura le informazioni, anche quelle del telegiornale. L’idea che il bambino non capisca niente non deve essere considerata. Nel momento in cui siamo davanti alla televisione possiamo guardare nostro figlio e vedere se è interessato ad avere una conversazione, mostrargli che noi siamo disposti a intraprenderla, chiedendogli magari: sai cosa vuol dire questo?
Se il bambino risponde di no possiamo accettare il suo “no” purché questo avvenga in una cornice nella quale sia risaputo che magari tra 2 giorni sarà ugualmente permesso riprendere l’argomento.
Una regola è che i bambini tornano a chiedere quando è meno opportuno, quando magari stiamo uscendo. In quel caso possiamo rispondere: “Vuoi sapere questa cosa? Bene, stasera torno e te lo dico perché ora non ho tempo”. Poi però la sera dobbiamo essere di parola, è un fatto di credibilità del rapporto. I bambini chiedono ma solo se è permesso loro farlo. Occorre spostare l’attenzione da “che cosa si può dire e quando si può dire” a “se è permesso dire”.

Spiegare a tutti i costi è dunque sbagliato?
Assolutamente si, è il bambino che dice quando e cosa possiamo dire. Può capitare che cominciamo a spiegargli una cosa e lui prende e se ne va. Questo perché in quel momento ha già avuto notizie a sufficienza, magari troppe.

Qualora fosse il momento giusto per parlarne, come si può spiegare a un bambino che una mamma uccide proprio figlio?
La discussione andrebbe portata a un livello comprensibile per il bambino stesso. Potremmo dirgli ad esempio che forse quella mamma in quel momento aveva qualcosa per la testa e non si è accorta di quello che stava facendo. Potremmo dire che talvolta anche al bambino capita di distrarsi e di cadere dal seggiolone. Occorre spiegare che quello che prova la mamma anche il bambino stesso lo può provare: “Anche tu rompi i tuoi giocattoli quando sei arrabbiato ma non li vorresti rompere, purtroppo succede…” questa è una spiegazione che entra nella testa del bambino.

Ma così il bambino non si spaventerebbe?
Non si spaventa se gli è chiaro che quando la mamma si arrabbia gestisce la rabbia in maniera da preservarlo. Si ritorna al livello della conversazione: ai bambini più piccoli che diventano incontenibili si può dire: “Mi stai facendo arrabbiare, vai di là, torna quando mi passa la rabbia che ne riparliamo”. Si tratta di metacomunicare (comunicare sulla comunicazione), fare capire che sono furente ma ho dei modi per gestire il mio furore. In questa maniera indico al bambino il mio modo di rapportarmi alle emozioni forti: “Mi lasci in pace 5 minuti perché se mi vieni a tiro ti arriva uno scapaccione e poi passa”. E’ così che il bambino impara un modo per dilazionare la risposta che allo stesso tempo permette anche a me di respirare. E’ sbagliato dire che è colpa sua se sono arrabbiata ma bisogna anche assumersi la responsabilità e la libertà di avere dei vissuti negativi. Il bambino deve anche potere sperimentare il fatto che un sentimento negativo è permesso. Ma deve capire che a cambiare è il modo in cui lo si gestisce: già all’età di due anni i bambini sono capaci di comprenderlo.

Luca Mazzucchelli

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.