Cos'è la pedagogia dei genitori? Seconda parte - Psicologo Milano
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Cos’è la pedagogia dei genitori? Seconda parte

gruppo genitoriNel precedente articolo ho iniziato a spiegarvi qualcosa di forse un po’ teorico sulla pedagogia dei genitori, ora entreremo più nel pratico e cercheremo di capire ancor meglio l’utilità di questa metodologia.

I figli sono conosciuti bene dai loro genitori, ancora di più se sono in situazione di disabilità. E’ vero che queste persone vivono incontrando medici, psicologi e assistenti sociali, ma il loro percorso non può essere deciso solo da figure sanitarie o, in caso della vita a scuola, dagli insegnanti di sostegno, ma dev’essere concordato confrontandosi coi genitori. Le figure esterne hanno studiato, ma anche madri e padri hanno “studiato”, e lo hanno fatto tutti i giorni, stando a contatto coi loro ragazzi da quando sono nati. E’ importante l’alleanza tra famigliari ed educatori per non far sentire soli gli educatori stessi e per far sì che i famigliari sappiano cosa succede fuori casa. Si stipula una sorta di patto educativo in modo che si sia tutti alla pari: gli operatori studiano, ma anche le famiglie hanno qualcosa da dare, il sapere dell’esperienza. Una persona analfabeta, ad esempio, può essere bravissima ad allevare animali e a fare vino, ma se facesse un esame universitario sarebbe probabilmente considerato un ignorante. Il sapere dell’esperienza è quotidiano, concreto, non deve passare per forza attraverso la teoria. Le mamme hanno un sapere prezioso: aiutano i loro figli a trasformare il linguaggio non verbale in verbale non grazie al sapere teorico, ma all’istinto. Chi conosce il campo? Il contadino che lo cura da anni o l’agronomo che ha studiato tanti campi? Entrambi: il contadino deve rifarsi all’agronomo e viceversa. I contadini sono i famigliari perché conoscono bene il loro congiunto vivendoci insieme quotidianamente, l’agronomo è l’educatore.

gruppo genitoriNel precedente articolo ho iniziato a spiegarvi qualcosa di forse un po’ teorico sulla pedagogia dei genitori, ora entreremo più nel pratico e cercheremo di capire ancor meglio l’utilità di questa metodologia.

I figli sono conosciuti bene dai loro genitori, ancora di più se sono in situazione di disabilità. E’ vero che queste persone vivono incontrando medici, psicologi e assistenti sociali, ma il loro percorso non può essere deciso solo da figure sanitarie o, in caso della vita a scuola, dagli insegnanti di sostegno, ma dev’essere concordato confrontandosi coi genitori. Le figure esterne hanno studiato, ma anche madri e padri hanno “studiato”, e lo hanno fatto tutti i giorni, stando a contatto coi loro ragazzi da quando sono nati. E’ importante l’alleanza tra famigliari ed educatori per non far sentire soli gli educatori stessi e per far sì che i famigliari sappiano cosa succede fuori casa. Si stipula una sorta di patto educativo in modo che si sia tutti alla pari: gli operatori studiano, ma anche le famiglie hanno qualcosa da dare, il sapere dell’esperienza. Una persona analfabeta, ad esempio, può essere bravissima ad allevare animali e a fare vino, ma se facesse un esame universitario sarebbe probabilmente considerato un ignorante. Il sapere dell’esperienza è quotidiano, concreto, non deve passare per forza attraverso la teoria. Le mamme hanno un sapere prezioso: aiutano i loro figli a trasformare il linguaggio non verbale in verbale non grazie al sapere teorico, ma all’istinto. Chi conosce il campo? Il contadino che lo cura da anni o l’agronomo che ha studiato tanti campi? Entrambi: il contadino deve rifarsi all’agronomo e viceversa. I contadini sono i famigliari perché conoscono bene il loro congiunto vivendoci insieme quotidianamente, l’agronomo è l’educatore.

Lo strumento principe di questa metodologia è costituito dai gruppi di narrazione. Nelle scuole che aderiscono al progetto, i genitori e i docenti della classe con presente una disabilità si incontrano e ciascuno racconta agli altri il proprio figlio, anche i docenti stessi si raccontano come padre, madre e figlio o figlia. Questi gruppi permettono l’emergere di molti aspetti positivi.

  • i docenti capiscono la bontà della metodologia, dal momento che un genitore conosce bene suo figlio, al di là della disabilità;
  • Più mamme raccontano una stessa difficoltà e si tranquillizzano perché sentono di non essere più sole col problema, si placa l’eventuale ansia con la quale convivevano fino a quel momento e si uniscono tra loro, magari diventano anche più amiche; normalmente i genitori si incontrano solo portando i figli a scuola o ai consigli di classe, ma in esperienze di questo tipo ci si racconta cose diverse, che non ci si sarebbe mai sognati di condividere prima. Ascoltando i bisogni dei genitori, nasce subito solidarietà.
  • Che nei gruppi ci siano genitori e docenti permette uno scambio di esperienze: i genitori conoscono il figlio nel tempo domestico, gli insegnanti nel tempo scolastico, quindi è importante che, di fronte ad un particolare problema, le figure adulte collaborino e dicano la stessa cosa. I bambini devono percepire che un problema viene affrontato con le stesse modalità sia a casa che a scuola, non che ci siano comportamenti o reazioni diverse.

Un antecedente della pedagogia dei genitori si ritrova nel metodo storico culturale elaborato da Vygotskij. Questa prospettiva assume come principio di partenza che la psiche non sia un’entità ideale, ma un prodotto dell’evoluzione animale, divenuto funzionalmente sempre più complesso sotto l’influenza dei fattori storici, sociali e culturali. Si tratta quindi in primo luogo di una prospettiva che privilegia la dimensione storico-culturale nello studio della psiche umana. In pratica, tutti abbiamo una cultura, una storia e un carattere e ognuno di questi fattori ci rende diversi dagli altri. Quando si conosce la storia di una persona, la si rispetta perché ognuno ha una sua dignità al di là della malattia stessa. E’ l’unico modo per capire e conoscere le persone. Vygotskij afferma che l’individuo non è solo la sua malattia perché bisogna conoscere tutto di lei, soprattutto i dati anamnestici e biografici.

Un’analogia con la pedagogia dei genitori è la narrative based medicine che sta prendendo piede nell’approccio tra medico e paziente. In pratica, il professionista deve sempre chiedere a chi ha davanti la sua storia per come la ricorda. Nel 2008 Jerome Groopman ha scritto il libro intitolato “Come pensano i medici”: in esso, si sottolinea quanto gli errori dei medici diminuiscano se c’è un’alleanza con la soggettività della persona, la sua storia e la sua famiglia.

Eccovi un esempio di quanto appena scritto. Una ragazza dai 16 anni rifiuta il cibo, continua a stare male, ogni specialista formula diagnosi diverse. Si salva quando incontra un medico che le dà fiducia e le chiede di raccontare la sua storia nella quale vede la possibilità di salvarla. “Vomito soprattutto quando ingoio latticini e cereali.”

La narrazione è preziosa non solo a livello personale, ma anche sociale. In un paesino vicino a Cuneo, una mamma ha presentato sua figlia in carrozzina dicendo che è anche “vostra”, intendendo di tutta la comunità. Chi conosce meglio un figlio è il genitore, ma il figlio è del mondo, la parola dei genitori è ponte tra il figlio e il mondo.

Eccovi una testimonianza raccolta in una scuola. Cristina è la mamma di una bimba disabile in carrozzina che non parla e non si muove. La donna parla di lei davanti a 300 persone che, prima di questo momento, provavano molto disagio nei confronti della ragazza. Finita la narrazione, portando con lei la carrozzina, va a prendere Giulia, l’altra sua figlia normodotata, in fondo alla stanza. Per la prima volta, la bidella saluta anche la ragazza disabile perché, finalmente, riesce a vederla non come un problema, ma come una persona.

Quando un genitore parla del figlio con problemi, agli ascoltatori viene voglia di conoscerlo. I racconti che si possono fare diventano strumenti di conoscenza per la società e pubblicarli è un modo col quale più persone possibili vengano a conoscerne il valore.

Siamo arrivati alla fine di questo viaggio e, come preannunciato nel precedente articolo, vorrei concludere fornendovi il link per accedere a questi e ad altri contenuti riguardanti la pedagogia dei genitori: www.pedagogiadeigenitori.info

 

Chiara Schiroli

 

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.