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La donna con dieci personalità (alcune delle quali cieche)

personalità multipla

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Il nostro cervello possiede un complesso sistema per elaborare le informazioni visive e dare luogo alla visione. Tuttavia, anche con un sistema visivo sano, si può diventare ciechi.

E’ ciò che sembra essere successo ad una donna tedesca, che ha perso la vista ad un certo punto della sua vita. Al momento i medici avevano pensato che la cecità fosse il risultato di un danno cerebrale alla corteccia visiva, in conseguenza ad un incidente.

Anni dopo, durante un trattamento di psicoterapia per il disturbo psichico di cui soffriva, la donna ha cominciato a passare tra stati vedenti e stati non vedenti. E, alla fine del trattamento, ha quasi completamente riacquistato la capacità di vedere.

“La riconquista della visione è avvenuta subito dopo una seduta di psicoterapia in cui era stato elaborato un grave evento traumatico, anni e anni dopo che la cecità era cominciata” ha spiegato il dottor Hans Strasburger, della Ludwig Maximilian University di Monaco di Baviera, che ha sottoposto la paziente ad una risonanza magnetica funzionale e che è stato recentemente co-autore di una relazione che descrive il caso pubblicata sulla rivista PsyCh Journal (qui l’articolo).

La donna dalle 10 personalità

Anni prima, alla giovane donna allora 33enne, qui denominata con le sue iniziali “B.T.”, era stato diagnosticato un disturbo dissociativo dell’identità. Aveva quindi cominciato una terapia con il dottor Bruno Waldvogel nel suo studio a Monaco di Baviera, in Germania.

Il disturbo dissociativo dell’identità, precedentemente denominato “disturbo da personalità multiple” è caratterizzato da disturbi della memoria e della coesistenza di almeno due stati di personalità distinti. Si ritiene che la malattia si sviluppi in conseguenza a traumi estremi e ripetuti durante l’infanzia, e che spesso coinvolga gravi abusi emotivi, fisici o sessuali.

Tuttavia, si tratta di una diagnosi controversa. Alcuni psichiatri addirittura ne mettono in discussione la validità, sostenendo che si tratti di un artefatto legato alla cultura, spesso guidato da una suggestione del terapeuta.

B.T. era arrivata nello studio di Waldvogel con il suo cane guida e aveva riportato di aver perso la vista in un incidente, 13 anni prima. In particolare, la sua capacità visiva era stata gravemente compromessa dopo l’incidente, poi la donna era diventata completamente cieca. Quando Waldvogel guardò le cartelle cliniche, vide che alla donna era stata diagnosticata una cecità corticale dovuta a trauma cerebrale.

Nel corso della psicoterapia con Waldvogel, il disturbo dissociativo dell’identità di B.T. si manifestava attraverso la presenza di più di 10 personalità, che differivano in base al nome, la voce, l’età, il sesso, la gestualità, gli atteggiamenti, le espressioni facciali, le inclinazioni personali, le attitudini, il temperamento e altri tratti caratteriali. In alcuni stati, la donna poteva comunicare solo in inglese, in altri solo in tedesco, in altri in entrambe le lingue (la donna da bambina aveva trascorso un periodo in un paese in cui si parlava solo inglese, e aveva appreso la lingua).

Durante il suo quarto anno di terapia, improvvisamente la donna riconobbe alcune parole sulla copertina di una rivista subito dopo una seduta. In quel momento la personalità in cui si trovava era quella di un maschio adolescente. Successivamente, la donna divenne in grado di riconoscere parole intere, ma non riusciva ancora a riconoscere le lettere che costituivano le parole. Tuttavia, nelle sedute successive, cominciò a riconoscere gli oggetti luminosi e, alla fine, tutto ciò che era normalmente visibile agli altri.

Inizialmente la sua capacità di vedere era limitata a quello stato una personalità, ma con il progredire della terapia un numero sempre maggiore delle sue personalità divenivano in grado di vedere. In realtà, hanno scritto i medici, “gli stati vedenti e non vedenti poteva alternarsi in pochi secondi”.

Un desiderio di non vedere

Le osservazioni dei medici sono state successivamente confermate da una misurazione elettrofisiologica utilizzata per rilevare problemi visivi. Il test ha dimostrato che i potenziali visivi evocati (cioè l’​​attività elettrica del cervello in risposta a stimoli visivi) erano assenti negli stati ciechi, ma erano normali e stabili negli stati vedenti.

Il cervello è un organo flessibile e plastico, ed è possibile che si riorganizzi dopo una lesione, permettendo la funzione (in questo caso visiva) compromessa. Tuttavia i ricercatori ritengono che ciò sia “altamente improbabile” nel caso di B.T., come dimostrato dal rapido passaggio tra stati vedenti e non vedenti. Al contrario, i ricercatori ritengono che il trauma cranico subito dalla donna e la conseguente compromissione temporanea della vista abbia agito come “prime” per la cecità visiva che era in realtà di natura psicogena. In altre parole, il cervello visivo di B.T. potrebbe funzionare e vedere, ma a volte potrebbe diventare psicologicamente cieco.

Il dottor Waldvogel vede ancora B.T. ogni tanto. Anche se il recupero della vista ha interessato la maggior parte degli stati di personalità della donna, due stati rimangono ancora non vedenti. “Questi stati presumibilmente servono come possibilità per il ritiro” ha dichiarato Strasburger “In situazioni di particolare intensità emotiva, la paziente sente di tanto in tanto il desiderio di diventare cieca e quindi il ‘bisogno di non vedere’ “.

Vista: “accesa” o “spenta”

Sembra che l’informazione visiva in entrata ricevuta dal cervello di B.T. venga modulata a seconda del suo stato di personalità, ma non è chiaro dove e come esattamente nel cervello si possa verificare questo processo.

Tuttavia, vi sono alcune teorie.

Il cervello processa le informazioni visive in modo gerarchico, con ogni livello che si occupa di un aspetto dell’elaborazione e invia i risultati al livello successivo. Una possibilità è che la cecità psicogena avvenga al livello del nucleo genicolato laterale (LGN) – un centro della visione nel talamo che alcuni ricercatori hanno suggerito possa agire come un ponte precoce per la consapevolezza visiva. È interessante notare che questa stessa area del cervello è stata indicata avere un ruolo in un altro fenomeno visione irrisolto chiamato “visione cieca”. Le persone con questa condizione sono fisicamente ciechi a causa di danni alle loro aree di elaborazione visiva primaria nel cervello, ma riescono ancora a “vedere”, continuando ad essere consapevoli degli oggetti a loro mostrati o addirittura spostandosi nell’ambiente evitando ostacoli.

Un altro potenziale meccanismo alla base della cecità psicogena è che l’informazione visiva in arrivo venga modulata dall’attenzione che è selettiva e che, in qualche modo, il sistema di attenzione ignori completamente le informazioni visive inviate al cervello.

Un cervello con programmi multipli

Il caso di B.T. non è l’unico caso documentato di cecità psicogena.

All’inizio del 2015, per esempio, i ricercatori hanno descritto il caso di una donna etiope di 21 anni, divenuta improvvisamente cieca a seguito di eventi di vita stressanti, ma che ha riguadagnato la vista con il trattamento. Secondo un altro rapporto, un’intera famiglia sarebbe temporaneamente divenuta cieca in assenza di qualsiasi anomalia fisica nel loro sistema visivo.

Mentre l’esatta natura della cecità psicogeno resta ancora da stabilire, il caso di B.T. fornisce ulteriore materiale utile alla controversa discussione che circonda la diagnosi di disturbo dissociativo dell’identità. Precedenti ricerche sulla base di evidenze di psicobiologia ottenute grazie a pazienti affetti dalla malattia hanno dimostrato che i diversi stati di personalità sono collegati con differenti pattern di attivazione corticale.

“Il caso di B.T. dimostra che le differenze tra stati di personalità non si limitano a processi di livello superiore, ma possono anche riguardare il modo in cui sono trattate le informazione sensoriali precoci, oltre che le corrispondenti modifiche della percezione” hanno spiegato i ricercatori. “Ciò fornisce pertanto una prova convincente per l’esistenza delle identità dissociate con controprove anche a livello biologico”.

I risultati presentati nella relazione di Strasburger e Waldvogel aggiungono materiale interessante alla ricerca, dimostrando che il disturbo dissociativo di identità “è una legittima sindrome di disagio psicologico psico-fisiologicamente basata”, ha commentato il dottor Richard P. Kluft, un professore di psichiatria presso la Temple University School of Medicine, che non è d’accordo con l’idea di tale condizione come un artefatto culturale e terapeutico.

Mentre la cultura può influenzare il modo in cui tale disturbo si esprime in luoghi diversi, è essenzialmente la stessa sindrome che si verifica in tutto il mondo, in quanto “rappresenta il tentativo della mente di confinare in compartimenti stagni il suo dolore”, ha concluso Kluft.

Vai alla fonte in lingua originale

 

Il disturbo dissociativo dell’identità (precedentemente “personalità multipla”) è uno dei disturbi psichici più affascinanti, complessi e controversi.

Secondo il DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), esso implica la presenza di due o più distinte identità o stati di personalità che in modo ricorrente assumono il controllo del comportamento del soggetto, accompagnato da un’incapacità di rievocare ricordi personali.

Nell’articolo di oggi, vediamo di caso di B.T., una donna tedesca affetta dal disturbo, con dieci personalità alcune delle quali cieche. Recentemente la rivista PsyCh Journal ha pubblicato un report del caso, firmato da alcuni clinici, tra cui lo psicoterapeuta Bruno Waldvogel che ha seguito la paziente.

Altre sindromi psichiche complesse e affascinanti sono descritte in questo articolo.

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.