Strategie per migliorare la comunicazione tra genitori e scuola - Psicologo Milano
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Strategie per migliorare la comunicazione tra genitori e scuola

problemi genitori scuolaMi ascolti? -  Strategie per migliorare la comunicazione fra genitori e scuola
Mi capita sempre più spesso negli ultimi tempi di ascoltare genitori che si lamentano del rapporto con la scuola e le insegnanti.
Difficoltà a conciliare posizioni diverse, uso di linguaggi poco compatibili, scontri verbali su quale sia la corretta visione del bambino e dei suoi comportamenti sembrano ormai all’ordine del giorno.
Scuola e famiglia, due importantissimi agenti educativi e di crescita, si capiscono poco, mal si riconoscono e a volte sembrano in conflitto fra loro.
Crescere è qualcosa di così complesso, che il bambino ha bisogno di una rete educativa che lo segui e sostenga in questo difficile processo, e che sia soprattutto disposta a cooperare, a lavorare in maniera comune e sinergica per lo stesso obiettivo.

problemi genitori scuolaMi ascolti? –  Strategie per migliorare la comunicazione fra genitori e scuola
Mi capita sempre più spesso negli ultimi tempi di ascoltare genitori che si lamentano del rapporto con la scuola e le insegnanti.
Difficoltà a conciliare posizioni diverse, uso di linguaggi poco compatibili, scontri verbali su quale sia la corretta visione del bambino e dei suoi comportamenti sembrano ormai all’ordine del giorno.
Scuola e famiglia, due importantissimi agenti educativi e di crescita, si capiscono poco, mal si riconoscono e a volte sembrano in conflitto fra loro.
Crescere è qualcosa di così complesso, che il bambino ha bisogno di una rete educativa che lo segui e sostenga in questo difficile processo, e che sia soprattutto disposta a cooperare, a lavorare in maniera comune e sinergica per lo stesso obiettivo.

Questo è ancora più vero se siamo di fronte ad un bambino con una crescita difficoltosa in qualche ambito o alle prese con una situazione problematica.
Vediamo quindi cosa succede e come fare a migliorare la comunicazione scuola-famiglia.

Comunicare = qualcosa che si fa in due
Sembrerà banale, ma per comunicare bisogna essere in due. Due interlocutori, due persone diverse, con l’intenzione di scambiare un messaggio.
Ciò implica che le due persone possano avere obiettivi, intenzioni e posizioni diverse le une dalle altre. Riconoscere questa possibile diversità pone già una base per una comunicazione e un ascolto efficace.
Capita spesso che le insegnanti abbiano una propria visione del bambino (“è svogliato, disturba, fa troppi errori di ortografia”) che deriva dal loro stare in classe e condividere momenti di osservazione in un contesto didattico.
Capita altrettanto spesso che i genitori non condividano queste osservazioni (“a casa fa tutto quello che gli diciamo, si comporta bene”).
Un primo passo verso una comunicazione efficace consiste nel riconoscere entrambe le posizioni come legittime. È reale e legittimo che il bambino si comporti in un certo modo a scuola e in un altro a casa; una realtà non esclude l’altra. Questa diversità può dipendere dal contesto diverso, da una maggiore o minore facilità a gestire gli scambi sociali, al rapporto con i diversi adulti, … Ascoltare l’altro ed accettare quello che ci porta, senza rifiutarlo a priori partendo dalle nostre esperienze, mette le basi per una maggiore comprensione di quello che sta accadendo al bambino.

Comunicare=assumere una posizione rispetto ad un’altra persona
Studiosi di comunicazione umana del calibro di Bateson e Watzlawick che uno scambio comunicativo implica sempre due livelli: un contenuto, cioè un’informazione da scambiare, e una relazione, vale a dire uno scambio, un rapporto fra gli interlocutori. Comunicando, non condividiamo solo informazioni, ma definiamo anche “come mi vedo, come ti vedo, che tipo di rapporto ci lega”. Diamo quindi delle definizioni di noi stessi, dell’altro e della relazione.
Ora, può capitare che l’altro confermi e accetti la definizione che l’interlocutore ha dato di sé.
È il caso, per esempio, in cui maestra e genitore si confermino nel definire come è il bambino a scuola e a casa. Il loro accordo può anche non riguardare il contenuto (“a scuola disturba, a casa no”), ma entrambi si riconoscono competenza nel parlare del bambino; la relazione risulta impostata sulla cooperazione.
Altre volte succede che uno degli interlocutori rifiuti la posizione dell’altro, non solo in termini di contenuto, ma anche in termini di legittimità. È il caso, per esempio, in cui genitore e insegnante tentino di porsi come unico “esperto” delle caratteristiche del problema, finendo per non ascoltare l’altro, non riconosciuto come legittimo (“cosa ne vuole sapere?”) oppure disconfermato nel suo ruolo (“questo insegnante non ha capito niente” “questo genitore non educa bene suo figlio”).
Questi casi sono sicuramente meno frequenti, ma è importante sapere che quando comunichiamo diciamo qualcosa che riguarda il nostro sé e il sé dell’altro e di come ci poniamo nei suoi confronti.

Migliorare la propria comunicazione = L’ascolto attivo
La comunicazione è una strada a due sensi, dove si portano non solo contenuti ma in cui si definisce chi siamo e qual è la relazione che abbiamo con il nostro interlocutore.

Molto spesso ci capita di trovarci in situazioni in cui si è “uditi” ma non “ascoltati”: è il caso di quei colloqui in cui ognuno sta sulle sue posizioni e di fatto non ascolta l’altro. L’effetto è che l’altra persona non si senta riconosciuta e si ponga quindi in una posizione di chiusura o di attacco.
Migliorare la propria comunicazione vuol dire comprendere appieno i contenuti informativi e definire se stessi e l’altro in una relazione di fiducia e di alleanza. Nel colloquio in ambito scolastico, questo significa anche condividere delle corrette informazioni sul bambino e porre le basi per una relazione di alleanza e fiducia che sia fruttuosa per l’alunno stesso.

Vediamo quindi come fare.
Nella vita di tutti i giorni siamo abituati a situazione di “ascolto passivo” e di “ascolto selettivo”. Nel primo caso, la persona parla ma l’altro non lo sente, cioè non si interessa né a capire i significati né a riconoscere l’altro e la relazione. Nel secondo caso, l’interlocutore, filtra il messaggio sentendo solo ciò che vuol sentire.
L’”ascolto attivo” è una tecnica che consiste nel rinviare a chi parla quanto si sta dicendo, alla luce di quanto la persona ha compreso. L’interlocutore fornisce a chi parla un feedback, un’informazione di ritorno, su quanto ha ascoltato e capito, soffermandosi sul messaggio nella sua interezza (“quindi lei mi sta dicendo che…”, “se ho capito bene…”).
Fermare l’interlocutore e condividere quanto si è capito consente di creare, nella lunga sequenza del parlato, delle punteggiature, a partire dalle quali condividere dei significati e porre le basi per una relazione impostata sull’alleanza. Questo dà, inoltre, all’interlocutore un’idea di attenzione e di volontà di negoziare e capire quanto espresso, che lo pone a sua volta nelle condizioni di fare altrettanto.

Perché un ascolto sia attivo occorre:

  1. ascoltare il messaggio nella sua interezza, dando attenzione al messaggio verbale e a quello non verbale (mimica, tono della voce…);
  2. capire le finalità: può essere di aiuto chiedersi perché l’altra persona ci sta dicendo questo, cosa vuole ottenere o mostrare, quale esperienza lo porta a dire questo. Importante in questa fase è limitare, per quanto è possibile, le nostre interpretazioni e rimanere il più possibili aperti all’idea che, se l’altro dice una cosa, alla base c’è un intento e un perché legittimo.
  3. valutare la comunicazione non verbale: come viene detto il messaggio? Con che tono, mimica e postura? Queste osservazioni ci danno informazioni sulle emozioni dell’interlocutore e sul tipo di relazione.
  4. controllare la propria comunicazione verbale e non verbale. Teniamo sempre a mente che noi ascoltiamo i messaggi partendo da nostri filtri mentali, legati alle nostre intenzioni, pensieri, scopi ed esperienze. Quanto stiamo ascoltando è quindi parziale, non ha valore assoluto di verità. Partire da questo assunto ci consente di dare maggior spazio alla condivisione dei significati, piuttosto che arroccarci sulla nostra idea, partendo dal fatto che “so già cosa mi vuole dire”.
  5. ascoltare con partecipazione, senza giudicare. Partire dall’assunto che esistono posizioni diverse dalla nostra e altrettanto legittime ci consente di rimanere aperti all’ascolto e ad una negoziazione dei significati.

Il primo principio della comunicazione è che “non si può non comunicare”: ogni azione, anche il silenzio, rappresenta una comunicazione all’altro.
Imparare a gestire la comunicazione scuola – famiglia è di fondamentale importanza per il bambino.
Partendo dalla vostra esperienza, quali di questi suggerimenti vi sembrano più utili?
Che cosa potrebbe aiutarvi a gestire meglio la comunicazione con le insegnanti di vostro figlio?
Vi ascoltiamo!

Dott.ssa Elisa Spada
Psicologa
Bibliografia:
WATZLAWICK, BEAVIN, JACKSON. Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio 1971

 

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.