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Sofferenza psicologica, arte e guarigione – intervista a Marco Garzonio

arte psicologia sofferenza

marco-garzonioMarco Garzonio, nato a Milano il 3 settembre 1939, è giornalista professionista, psicologo analista e psicoterapeuta.

E’ stato Capo Ufficio Stampa dell’Università Cattolica e Responsabile delle Attività Culturali dello stesso ateneo, Capo Ufficio Stampa della Giunta Regionale della Lombardia, redattore de Il Giorno e Capo Servizio al Corriere della Sera, testata presso la quale è rimasto dal 1979 al 1995 e della quale è tuttora collaboratore fisso.

Ha insegnato all’Università Cattolica ricoprendo tra l’altro l’incarico di Vicedirettore e successivamente di Direttore della Sezione di Giornalismo della Scuola Superiore delle Comunicazioni Sociali.

Come psicoanalista è abilitato alle seconde analisi e alle analisi di controllo ed è Docente presso la Scuola di Psicoterapia del Centro Italiano di Psicologia Analitica (CIPA), di cui è il Presidente.

Indice

00:27 Relazione fra sofferenza e dimensione creativa

03:17 L’esempio di Jung: un percorso di auto – guarigione: l’origine del trauma

06:54 L’esempio di Jung: un percorso di auto – guarigione: Il processo di guarigione

14:35 Espressività come fonte di trasformazione

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CIPA

Jung:

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Sand play Therapy

Sbobinatura intervista

Luca Mazzucchelli: Un saluto a tutti da Luca Mazzucchelli, oggi parliamo dell’intrigante rapporto tra arte, sofferenza psicologica, creatività e genialità. Lo facciamo con Marco Garzonio, che è uno psicologo analista, uno psicoterapeuta e presidente del Centro Italiano di Psicologia Analitica ed è giornalista ed editorialista per il Corriere della Sera. Grazie Marco per aver accettato questo invito.

Marco Garzonio: Grazie a voi dell’invito…

Relazione fra sofferenza e dimensione creativa

LM: Sofferenza psicologica e creatività, quando le persone stanno male e anche come talvolta queste sofferenze possano avere un’ influenza anche importante sulle capacità artistiche piuttosto che creative. Esiste una relazione tra gli elementi?

MG: Esiste una relazione straordinaria, che possiamo verificare nelle persone cosiddette normali e lo possiamo verificare nella storia, nella storia dell’arte, nella storia della psicologia e nella storia della psicoanalisi. Lo verifichiamo nella vicenda personale di molte persone che tutto sommato, adattate alla vita ma con problemi di nevrosi, con problemi di sofferenza, con problemi di passaggi drammatici nella loro vita, si mettono in cura e allora sia con la terapia verbale, ma soprattutto con terapie non verbali hanno l’opportunità di tirar fuori dalla loro sofferenza sia i sogni, però quelli vengono spontanei, possiamo solo ricordarli e non possiamo fare nulla su di loro, sia attraverso le immagini, che possono rendere in maniera bidimensionale la sofferenza dipingendo. Quante volte la psicologia è ricorsa proprio ai disegni e alla pittura dei pazienti o addirittura con terapie non verbali come la Sand Play Therapy, che tirano fuori dalla persona anche delle capacità di costruzione, di ambientazione, di resa di paesaggi e di figure, di manipolazione della materia… Da questo passiamo alla storia dell’arte, che è piena di episodi e di vicende di personaggi che sono passati attraverso la sofferenza psichica e grazie forse alla loro sofferenza hanno raggiunto livelli impensati in altre occasioni. Un esempio per tutti è Van Gogh, la sua depressione e la sua sofferenza straordinaria o dall’altra parte personaggi addirittura che hanno rappresentato per il nostro Paese una novità e mi riferisco in particolare a tutta quella corrente derivata da Ligabue, all’applicazione del contatto con le parti più tremende che uno ha dentro e la resa in pittura.

L’esempio di Jung: un percorso di auto – guarigione. L’origine del trauma

MG: Si arriva poi al lavoro sulla sofferenza psichica fatta da persone che invece che hanno dato un contributo alla storia, alla cultura, alla psicologia del Novecento e qui abbiamo l’esempio classico di Jung. Jung si è curato e ha trovato sé stesso attraverso la resa in termini artistici, che è un termine improprio, perché lui ha sempre detto di non essere un artista, diciamo in termini espressivi. Si è curato ed è riuscito a passare un momento drammatico della sua vita, che è stato quello in cui si è trovato a separarsi da Freud e dall’ambiente della psicoanalisi allo stato nascente e a fondare quella che è la psicologia analitica e poi tutta la psicologia di derivazione Junghiana.

LM: Si dice in effetti che lo psicologo sia un po’ un guaritore ferito, c’è ferita e ferita mi vien da dire… Ciò che è successo a Jung è stato un episodio molto forte, uno scompenso…

MG: Possiamo parlare tranquillamente di uno stato psicotico che gli è occorso in un momento drammatico della sua vita, quando si separò e si rese autonomo rispetto a Freud e a tutto il Circolo di Vienna, che era quello che sosteneva Freud, che era l’origine della psicoanalisi. Jung si staccò per ragioni un po’ di carattere suo e di diversità rispetto a Freud dal punto di vista essenzialmente di struttura psichica e di struttura caratteriale, poi c’è anche la componente teorica, scientifica, la componente clinica… I due erano fatti per attrarsi, padre e figlio, Freud che elegge Jung suo erede, Jung contento di essere un discepolo. Allo stesso tempo però Jung ha dentro un grande spirito di autonomia, di libertà ed indipendenza; allo stesso modo Freud ha dentro un grande spirito di controllo. I due non potevano durare a lungo nel loro sodalizio e Jung rompe con la sua famosa opera Simboli della trasformazione, siamo nel 1911/ 1912 e questa rottura provoca l’isolamento di Jung. Egli si trova che gli stessi zurighesi, lui viveva e lavorava a Zurigo, che prima vedevano molto bene questo sodalizio fra Jung e Freud ora non lo salutano quasi più. A quel punto Jung va in crisi e ha una serie di visioni e di sogni sconvolgenti, una dozzina fra 1913 e il 1914. Sogna campi di battaglia, l’Europa invasa dai ghiacci, fiumi di sangue, uccisioni, gente a pezzi… un vero sconvolgimento.

Il processo di guarigione: dimensione individuale e collettiva della sofferenza

MG: La domanda che si fece, e lo confesserà negli gli anni Cinquanta in una famosissima intervista a Mircea Eliade, fu: te metti di fare una schizofrenia, di diventare matto come si dice volgarmente, cioè di fatto di avere degli stati dissociativi. Come ci si cura? Perché è proprio un auto – cura… Come si cura Jung? Si cura accettando queste immagini sconvolgenti, non cercando di scotomizzarle, di allontanarle, ma accettandole e addirittura accettando di trascriverle e accettando di disegnarle, di dipingere queste visioni. Questa è la straordinaria scoperta che Jung ha fatto ed è la scoperta che gli consentì, nel giro di poco tempo, di rispondere alla domanda che si stava facendo. Nel 1914 cosa  stava succedendo in Europa? Tutti si stanno armando, sta per scoppiare la guerra, a quel punto Jung si fa la domanda se fosse lui matto o se fosse matta l’Europa. Domanda di allora, ma che potremmo farci anche ora a molti anni di distanza con quello che sta succedendo in Ucraina, Medio Oriente, Nord Africa, eccetera… Lui se la pone e si accorge che lui ha la sua componente di crisi clamorosa, ma che in quel momento c’è anche una crisi clamorosa dell’uomo occidentale, vi è una visione antropologica e una visione individuale. Avuta chiara questa compresenza, ma allo stesso tempo questa distinzione tra vicenda sua personale e vicenda collettiva, accettò tutte queste immagini e incominciò a scriverle, a descrivere immagini e visioni e a dipingere quelle più tremende che ebbe in quegli anni. Qui Jung scopre innanzitutto che la psiche contiene in sé una virtù, la possibilità di autoguarigione, l’auto – cura del soggetto e secondo scopre che questa vicenda così tragica, così drammatica sua personale e collettiva è una vicenda che ha dei passaggi, ha delle tappe, ha dei momenti di caduta ma anche di ripresa e chiama la descrizione di tutto questo processo di individuazione. Scopre narrando sé stesso, lo fa tramite il libro rosso che è un’opera compiuta fra il 1913 e il 1930, che la vicenda umana è una vicenda in cui l’individuo passa da una situazione collettiva di confusione con gli altri, con la cultura, con l’ambiente, con le mete collettive, con ciò che tutti si aspettano che tu faccia, alla crescita personale, mi chiedo chi sono, cosa faccio e cosa voglio. Una vicenda di questo genere può essere insopportabile per un individuo, perché ha anche risvolti drammatici.  Jung cosa fa? Egli era figlio di un pastore protestante che aveva perso la fede e che aveva fornito a Jung tutto il bagaglio culturale che lo aveva poi portato ad essere ciò che era stato, ma nello stesso tempo attraverso questo bagaglio ritrova questo principio da lui scoperto dell’uomo che cade e poi se si riprende. Questa era poi la sua storia, rompe con Freud e poi ritrova sé stesso, tutto questo anticipato e prospettato dalla vicenda Antico Testamento – Nuovo Testamento: venuta di Gesù, condanna di Gesù, morte e resurrezione. Lui arriva addirittura a dire nel Libro rosso che tutti paradossalmente dovrebbero diventare “Cristi”, perché la vicenda dell’uomo, il famoso processo di individuazione, è una vicenda di caduta, di sofferenza, di dolore, ma nello stesso tempo di riscatto, di possibilità, di Resurrezione diremmo in termini religiosi; rigenerazione, guarigione, ripresa e trasformazione da un punto di vista psicologico. Questo è un caposaldo, perché questo processo di individuazione che lui ha fatto su sé stesso, ha sperimentato su se stesso, non è una teoria ma una narrazione e un modello che poi tutti possono seguire, questo è ciò che Jung ci ha lasciato. Il fare esperienza di una vicenda umana che può diventare vicenda condivisa da tanti individui che si ritrovano e poi diventare vicenda collettiva.

LM: Quindi possiamo dire che c’è l’arte rispetto a questo processo di individuazione e più in generale rispetto alla dimensione curativa, è un po’ un acceleratore, lo facilita… Tu dicevi che l’arte ci consente di entrare in contatto in un territorio protetto con le nostre sofferenze, le nostre ferite, le nostre paure… è questa la dinamica che c’è sotto?

MG: C’è la dinamica psichica del contenimento che avviene attraverso l’arte, che può essere arte diversa: può essere il quadro, la scultura, la musica… Il linguaggio espressivo è il canale attraverso cui le emozioni possono fluire. Questa è la grande riflessione in termini psicologici che può venire dall’esempio junghiano. La possibilità di non confondersi, di non disperdersi, di non affogare, ma la possibilità di indirizzare, la possibilità di dare all’ energia psichica, perché la creatività è energia psichica, quei canali e quegli spazi in cui può esprimersi.

Espressività come fonte di trasformazione

LM: Ripensando anche a ciò che è successo a Jung e ciò che in generale succede anche alle persone che soffrono, senza questa ferita così profonda Jung non avrebbe acquisito quelle competenze e quei valori… rischiavano di andare tutti perdute. La domanda è questa: la follia, il disagio psicologico possono a qualche livello farci diventare delle persone migliori e arricchirci?

MG: Io userei l’espressione trasformate, perché quando diciamo migliori o arricchite presupponiamo una scala di valori. Usiamo la parola trasformate, “trans – formare” vuol dire cambiare forma e cambiare forma significa dare un contenitore diverso a quell’energia che si esprime. Il contenitore diverso, in termini psicologici, è il mio atteggiamento nei confronti del mondo ed è uno, io sono la personalità “A” nel momento prima della cura, se riesco a trasformarmi sono la personalità B. A quel punto magari ho un modo diverso di relazionarmi con il femminile o col maschile a seconda che io sia uomo o donna,  un modo diverso di relazionarmi con il sociale, di reggere i conflitti, le sconfitte, le ferite narcisistiche magari in un ambiente di lavoro, di reggere i conflitti generazionali con i figli, con i genitori o con i nonni. Trasformato, l’idea è che cambia assolutamente il tipo di forma, che originariamente era in un modo e poi un altro. Il vantaggio del lavoro espressivo è scoprire la plasticità, la duttilità, la plasmabilità della psiche, perché noi abbiamo un’idea di psiche spesse volte rigida e prefissata, abbiamo una visione un po’ scientista e naturalista, quasi medica, la psiche intesa come cervello. La psiche invece è la nostra vita, la nostra esistenza, è dinamica… Lo star male è sentirla irrigidita, è sentir l’impossibilità di fare, come si dice anche correntemente “E’ più forte di me!”. L’arte o meglio l’espressività ci consente di scoprire queste curve, queste duttilità, queste capacità di adattamento. Non è l’adattamento un po’ sciocco e riduttivo del fare il bravo, rispettare questo e quello, un adattamento moralistico, è un adattamento che permette a noi stessi di trovare i punti di rottura, li scansiamo, li bypassiamo e scopriamo che la realtà è modificabile. La realtà d’altra parte è modificabile solo se sperimentiamo la capacità di modificare noi stessi, modificheremo il mondo se modificheremo noi. Se non proviamo a cambiare il mondo allora non cambierà mai.

LM: Marco grazie per averci accompagnato in questo viaggio di scoperta…

MG: Grazie a voi…

LM: Grazie anche a tutte le persone che ci hanno seguito fino a qua e ci vediamo alla prossima… ciao.

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.