Psicologia e bambini: l'intelligenza emotiva - Psicologo Milano
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Psicologia e bambini: l’intelligenza emotiva

intelligenza emotivaCos’è l’intelligenza del cuore e perché è importante?

L’intelligenza del cuore è la capacità di risolvere i problemi posti dalla vita e dal rapporto con gli altri. Per essere esercitata pienamente, richiede una giusta padronanza delle paure, degli scatti di collera e dei sentimenti di tristezza che punteggiano la vita quotidiana.
L'intelligenza del cuore ci permette di dare un significato alla nostra vita, di rendere armoniose le difficoltà quotidiane con coraggio e saggezza. Ci aiuta a sostenere i nostri progetti, a trovare il nostro cammino. E' importate tanto nella vita di tutti i giorni quanto in occasione dei grandi sconvolgimenti dell’esistenza.

intelligenza emotivaCos’è l’intelligenza del cuore e perché è importante?

L’intelligenza del cuore è la capacità di risolvere i problemi posti dalla vita e dal rapporto con gli altri. Per essere esercitata pienamente, richiede una giusta padronanza delle paure, degli scatti di collera e dei sentimenti di tristezza che punteggiano la vita quotidiana.
L’intelligenza del cuore ci permette di dare un significato alla nostra vita, di rendere armoniose le difficoltà quotidiane con coraggio e saggezza. Ci aiuta a sostenere i nostri progetti, a trovare il nostro cammino. E’ importate tanto nella vita di tutti i giorni quanto in occasione dei grandi sconvolgimenti dell’esistenza.

Rispettare le emozioni di un bambino significa permettergli di sentire chi è, di prendere coscienza di se stesso in quel preciso momento. Significa considerarlo un soggetto unico, consentendogli di mostrarsi diverso da noi, una persona che ha il diritto di rispondere in modo del tutto personale alla domanda: chi sono io?
Significa anche aiutarlo a realizzarsi, a costruire il suo passato e immaginare il suo futuro, a prendere coscienza delle sue risorse, delle sue forze come delle sue mancanze. Il piccolo impara soprattutto dai genitori. L’atteggiamento che si assume nell’educare un bambino è determinante nello sviluppo del suo quoziente emotivo; si modella sui genitori, e tende a seguire spontaneamente l’esempio più che i consigli.

Come ascoltarlo e aiutarlo a sciogliere le emozioni che ha dentro di sé?

Bisogna sempre lasciar esprimere le emozioni di un bambino, stargli accanto senza tentare di calmarlo mentre si sfoga, piange, grida e trema sono il suo modo di manifestare la sofferenza, liberandosi dalle tensioni per potersi poi riprendere. Bisogna fidarsi di lui, perché sa ciò che lo fa sentire bene. Se voi genitori saprete essere presenti, ascoltare e stargli vicino mentre piange, alle lacrime seguirà il rilassamento.
Un bebè piange perché ha bisogno di qualcosa o perché cerca di esprimersi. Prima di tutto assicuratevi che i suoi bisogni siano soddisfatti. Se continua a piangere, provate semplicemente ad ascoltarlo. Sta cercando di parlarvi. Quando è un po’ più grande e capace di parlare, la prima cosa da fare è ascoltare le sue emozioni e prenderlo sul serio. Non chiedetegli perché piange, cercherebbe di fornire una spiegazione lontana dalla sua vera difficoltà; stategli accanto, cercando di capire cosa prova e chiedendogli: “Che cosa succede?”, oppure: “Che cosa ti rende triste? o “Di che cosa hai paura?”.
E’ importante sempre chiedersi “qual è il suo vissuto?”. Il bambino non capisce necessariamente ciò che gli accade e quindi non riesce a spiegarlo a parole. Spesso poi ha paura delle reazioni dei suoi genitori o teme di dare loro un dispiacere. I genitori chiamano facilmente capricci o commedie queste grida che non sanno interpretare e il bambino si sente incompreso, non si tratta di capricci, ma di un linguaggio da decifrare.
Dietro ai capricci ci sono domande, bisogni, richieste di aiuto; quando non vengono riconosciuti, il piccolo sente che nessuno lo ascolta e si chiude in se stesso.
bambini psicologiaQuando un comportamento vi sorprende, quando vostro figlio manifesta un’emozione sproporzionata, un rifiuto sistematico, fatevi questa domanda: che cosa dice?


Attenzione però a non scambiare ogni cosa per un messaggio non espresso. Scrivere sui muri, colorare la vostra agenda, non sono per forza comportamenti che nascondono un messaggio. Il fatto che nelle loro naturali esplorazioni i bambini finiscano spesso con il rovinare i beni dei genitori non significa che questa sia necessariamente la loro intenzione primaria. Esprimendo un interesse autentico per i sentimenti e i pensieri di un bambino lo aiutate a essere se stesso.

Aiutare un bimbo a essere consapevole di se stesso significa:

  • ascoltarlo
  • non giudicarlo
  • non dargli consigli
  • permettergli di dare un nome a ciò che vive
  • aiutarlo a conoscersi e ad accettare e capire ciò che avviene i lui.

Che differenze ci sono tra un cervello adulto e uno in formazione?

Il cervello dell’adulto è completamente maturo e gli consente di gestire le emozioni, mentre quello di un bambino non ha terminato il suo sviluppo. Le aree frontali che servono a dirigersi verso gli altri, le zone corticali superiori che permettono di dare un nome e un senso alle emozioni, si stanno ancora formando. Il cervello limbico comanda le sue paure, risate o lacrime senza la mediazione delle aree dette superiori. Dunque il bambino ha bisogno dell’aiuto di un adulto per non essere sopraffatto dai suoi affetti, per incanalare la sua energia, per imparare a esprimere i suoi bisogni in maniera socialmente accettabile, per convincersi che non corre alcun pericolo lasciandosi andare a ciò che sente. Non deve dunque essere lasciato solo con le sue emozioni quando non ha ancora gli strumenti mentali per gestire i modo efficace ciò che vive, perché questo lo porterebbe a sviluppare difese psichiche arcaiche quali la negazione o l’annullamento.
Quindi il ruolo del genitore è proprio quello di aiutarlo ad usare le parole appropriate e non di gareggiare con lui sul piano emotivo. E’ naturale che le emozioni dei bambini siano prioritarie rispetto a quelle dei genitori che sono in grado di controllare i loro impulsi.
Naturalmente, man mano che il piccolo cresce, il genitore deve fare un passo indietro. Ma se è stato assente troppo presto, il bambino non ha potuto completare il suo processo di apprendimento e diventa prigioniero dei meccanismi difensivi di controllo dell’angoscia. Per esempio il lattante essendo molto piccolo non ha ancora alcuna coscienza di se stesso come soggetto separato dalla madre. Noi adulti sappiamo di avere un certo dolore, ma sappiamo di esistere indipendentemente da quella sofferenza. Il lattante è quello che sente. Ha bisogno della presenza della mamma, della sua parola, del suo amore, del suo abbraccio. Dato che i suoi confini fisici e psichici sono ancora vaghi, il contatto avvolgente della madre gli permette di contenere i suoi affetti e di sentirsi rassicurato.

I bambini vivono nel presente perché non hanno ancora sviluppato la capacità di proiettarsi nel futuro, quindi l’intensità di ciò che vivono è maggiore. Non “sanno” che il dolore passerà, che la collera passerà, che potranno ritrovare nuovamente la loro sensazione di benessere. Il bambino ha bisogno di sentire la solidità dei suoi genitori quando vive un’emozione e ha bisogno di vedere che anche loro provano delle emozioni, anche forti, senza esserne distrutti.

…e allora, in che modo i genitori possono ascoltare i propri figli e aiutarli a gestire le proprie emozioni?

Dott.ssa Elisa Oliva

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.