Psicologia della vittima: come trasformare la paura in alleata - Psicologo Milano
Aggressione e psiche: effetti, conseguenze e strategie per fronteggiarla
1 agosto 2013
La psicologia dell’aggressore
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Psicologia della vittima: come trasformare la paura in alleata

Donna-aggredita-a-Treviso-l-opinione-di-Gabriella-Moscatelli-presidente-di-Telefono-RosaNel precedente articolo abbiamo visto come l’aggressione sia un’interazione che vede coinvolti due attori: un aggressore che mette in atto un comportamento volutamente lesivo nei confronti di un’altra persona; una vittima, che subisce l’atto aggressivo. Abbiamo ragionato sui sentimenti aggressivi incontrollati che pervadono l’aggressore e sul suo desiderio di annientare l’altro. Infine, ho iniziato ad accennare come l’aggressione sia un processo relazionale, proprio perché vede coinvolti due attori.

La relazionalità del processo dell’aggressione nasce nel momento in cui la persona con l’intenzione di aggredire, aggredisce l’altra, proprio quella specifica persona tra le altre. Ha scelto colei che diverrà la sua vittima. L’aggressore quindi esprimerà la sua aggressività scaricandola sulla vittima. In realtà l’aggressione è un processo complesso, perché nasce prima della messa in atto del comportamento aggressivo. Nasce nella mente dell’aggressore, data la presenza di una vittima. Nella mente di chi è prossimo ad aggredire iniziano ad alternarsi pensieri e fantasie quali: “Quell’uomo mi ha guardato male. Ce l’ha con me. Ora gli faccio vedere io”; “Quella donna mi ha sorriso. Vuol dire che desidera sesso”, accompagnate ad un forte stato di eccitazione e aggressività.

La vittima, nella maggior parte dei casi, non sceglie di essere tale. Accade che venga investita dall’emozionalità dell’aggressione ancora prima che l’aggressore agisca il comportamento.

Donna-aggredita-a-Treviso-l-opinione-di-Gabriella-Moscatelli-presidente-di-Telefono-RosaNel precedente articolo abbiamo visto come l’aggressione sia un’interazione che vede coinvolti due attori: un aggressore che mette in atto un comportamento volutamente lesivo nei confronti di un’altra persona; una vittima, che subisce l’atto aggressivo. Abbiamo ragionato sui sentimenti aggressivi incontrollati che pervadono l’aggressore e sul suo desiderio di annientare l’altro. Infine, ho iniziato ad accennare come l’aggressione sia un processo relazionale, proprio perché vede coinvolti due attori.

La relazionalità del processo dell’aggressione nasce nel momento in cui la persona con l’intenzione di aggredire, aggredisce l’altra, proprio quella specifica persona tra le altre. Ha scelto colei che diverrà la sua vittima. L’aggressore quindi esprimerà la sua aggressività scaricandola sulla vittima. In realtà l’aggressione è un processo complesso, perché nasce prima della messa in atto del comportamento aggressivo. Nasce nella mente dell’aggressore, data la presenza di una vittima. Nella mente di chi è prossimo ad aggredire iniziano ad alternarsi pensieri e fantasie quali: “Quell’uomo mi ha guardato male. Ce l’ha con me. Ora gli faccio vedere io”; “Quella donna mi ha sorriso. Vuol dire che desidera sesso”, accompagnate ad un forte stato di eccitazione e aggressività.

La vittima, nella maggior parte dei casi, non sceglie di essere tale. Accade che venga investita dall’emozionalità dell’aggressione ancora prima che l’aggressore agisca il comportamento.

Una donna cammina sola, di notte, per una strada poco illuminata, deve raggiungere la metropolitana. Incrocia lo sguardo con un uomo, che sembra fissarla. Indugia per qualche secondo, cercando di capire se lo conosca, chi sia, cosa voglia… poi distoglie lo sguardo, continuando a camminare. A breve si rende conto di essere seguita dall’uomo. Il cuore batte più velocemente, il respiro è più irregolare, sente l’adrenalina entrare in circolo, le mani sudano e inizia a sentire freddo. “Ma che vuole questo?!” si chiede. A volte si gira, lui è sempre più vicino, le urla qualcosa. Lei decide di allungare il passo, ma lui si mette a correre. Lei è braccata. L’uomo la raggiunge, le mette una mano sulla bocca e la trascina in un vicolo. Lei prova a divincolarsi, ad urlare, ma la voce non esce dalla gola. Il suo corpo non sembra risponderle. È paralizzata, alla mercé del suo aggressore.

Cosa ha provato la vittima? Il suo sistema corpo-mente ha iniziato a darle alcuni segnali… la donna, percependo che un uomo la seguiva ha iniziato ad avere paura. Lei non ha scelto di avere paura, ma essa si attiva dal momento che entriamo in relazione con qualcosa che percepiamo come pericoloso. La paura in questo caso è una preziosa alleata, se utilizzata in modo adeguato.

Quando è cominciata la relazione tra vittima e aggressore? Stando al nostro esempio, la relazione è cominciata con il primo contatto oculare, quando l’aggressore ha deciso che quella donna sarebbe stata la sua vittima. La vittima ha iniziato ad essere tale nel momento in cui l’aggressore ha iniziato a trattarla da preda, cioè quando ha iniziato a seguirla.

È interessante notare quello che è successo alla nostra vittima. Cosa avrà provato? Inizialmente ha provato paura, una giusta paura che l’ha avvertita della presenza di un pericolo. Ella però ha cercato di non badarci. La paura è aumentata in seguito, quando si è sentita braccata, quando ha capito che l’uomo l’avrebbe davvero aggredita. In quel caso, però, era troppo tardi. La paura è diventata panico ed era incontrollabile, ingestibile. Al punto che, pur volendo urlare e dimenarsi, il corpo non rispondeva. È possibile, inoltre, che abbia vissuto la scena dell’aggressione “come da fuori”, come “se non fosse lei nel suo corpo”. Questo perché una volta che la paura è diventata insostenibile, si è attivato il sistema di freezing. Si tratta di una strategia di adattamento presente anche negli animali che coinvolge l’attivazione del Sistema Nervoso Parasimpatico. Quando abbiamo la percezione di un pericolo eccessivamente minaccioso, il sistema di freezing si attiva, bloccandoci. Si ha la sensazione che quel che succede non sia reale o addirittura di vedere le cose al di fuori del proprio corpo. Queste sono difese dissociative che ci permettono di sopportare meglio il dolore, fisico e psichico.

È una difesa estrema del nostro organismo, che si attiva proprio come extrema ratio, quando ormai “tutto è perduto”.

Un’altra possibile reazione è il panico che si traduce in comportamenti disorganizzati, come maldestri tentativi di difesa o di fuga. In questo caso il sistema che si attiva è il sistema di “attacco/fuga”, che, con l’attivazione del Sistema Nervoso Simpatico, porta ad un rilascio adrenalinico, ad una maggiore tensione muscolare, ad un incremento del battito cardiaco e della frequenza respiratoria. Questo sistema, anch’esso presente negli animali, fornisce le risorse biopsichiche per fronteggiare diverse minacce: attaccando il nemico o scappando da esso. L’attivazione di questo sistema negli esseri umani, tuttavia, è ritenuta essere alla base di alcune psicopatologie, come le fobie e gli attacchi di panico. E proprio l’attivazione di del sistema di attacco/fuga può portare nel caso di un’aggressione, alla salvezza, tramite la lotta o la fuga, oppure alla disfatta tramite il panico e comportamenti disorganizzati.

Già, ma da cosa dipende l’attivazione del sistema di attacco/fuga o di freezing? E, ammesso che in una situazione di aggressione si attivi il sistema di attacco/fuga, da cosa dipende il fatto di provare una sana paura alleata o un panico che porta alla disfatta?

Tutto dipende da come percepiamo la situazione, cioè da come percepiamo noi in relazione all’altro.

Possiamo per semplicità fare uno schema:

  1. IO “sono forte almeno quanto LUI” (Rabbia) LOTTA
  2. IO “NON sono forte quanto LUI…ma posso cavarmela” (Paura/rabbia) FUGA/LOTTA
  3. IO “Non sono forte quanto LUI…e non so cosa fare” (Panico) FUGA/LOTTA in modo DISORGANIZZATO
  4. IO “Non sono forte quanto LUI…e non posso fare nulla” (Panico/Dissociazione) FREEZING, paralisi

 Da questo schema si deduce come nella vittima di un’aggressione entrino in gioco variabili psicologiche importanti, quali autostima e sense of agency.

L’autostima è una misura di quanto “riteniamo di valere”. Se riteniamo di essere sufficientemente importanti, ci chiederemo perché dobbiamo subire ingiustamente un’aggressione. Una buona autostima e la voglia di preservarla possono essere motivazioni sufficienti per cercare di uscire da quella situazione. Entra quindi in gioco il sense of agency, che letteralmente significa “senso di agentività”. Questo indica quanto riteniamo di essere efficaci, competenti in un determinato contesto. Probabilmente una persona con una certa dimestichezza nelle arti marziali o nella difesa personale avrà un maggiore sense of agency di una persona completamente digiuna di lotta. Oppure, una persona abituata all’attività fisica, si sentirà maggiormente in grado di sostenere una fuga correndo per un tempo prolungato rispetto ad una persona con uno stile di vita sedentario.

Per cui, tanto più “riteniamo di valere” e “pensiamo di farcela” quanto più sarà probabile che la paura che sorge in una situazione di aggressione diventi una preziosa alleata, senza diventare panico o senza arrivare a paralizzarci.

 

Come prima, parlo di una preziosa alleata, perché quando abbiamo paura il cuore batte più velocemente, questo porta ad una maggiore irrorazione di sangue ai muscoli di tutto il corpo; respiriamo più velocemente e ciò aiuta sia in termini di ossigenazione sia in termini di attivazione dell’organismo; abbiamo adrenalina in circolo e ciò ci rende più reattivi, pronti all’azione. Esiste ancora un aspetto psicologico molto importante che entra in gioco in una situazione di (potenziale) aggressione. La consapevolezza della situazione. Si tratta della capacità di leggere in modo adeguato il contesto, comprendendo le intenzioni del potenziale aggressore, facendo mente locale sulle risorse che si hanno per fare fronte ad un’eventuale situazione di minaccia e sui limiti che l’ambiente pone.

Le risorse comprendono sia elementi del contesto (per esempio vedere altre persone nei paraggi, la possibilità di entrare in un locale o di salire su un mezzo pubblico, l’avere vestiti comodi, un cellulare a disposizione, un eventuale spray al peperoncino…) e interne alla persona (una preparazione atletica, conoscere tecniche di difesa personale, capacità di gestione dello stress e della paura, capacità di problem solving…). Allo stesso tempo i vincoli riguardano sia il contesto (assenza di persone in grado di prestare soccorso, la presenza di più aggressori, avere vestiti scomodi o i tacchi, impossibilità di contare su mezzi di comunicazione o armi improvvisate…) che interni alla persona (precedenti vittimizzazioni, bassa autostima o psicopatologia conclamata, incapacità di gestione dello stress, sovrastima delle proprie capacità…). 

La valutazione della situazione è necessario che sia il più realistica possibile, tenendo conto che la cosa migliore da fare è evitare l’aggressione. Quindi, persino una campionessa di arti marziali che veda un potenziale aggressore minuto e disarmato dovrebbe valutare la migliore strategia per uscire dalla situazione, evitando di combattere, tanto più che esiste il rischio di sovrastimare se stessi e sottostimare l’aggressore. L’altro potrebbe celare un coltello, o una pistola, o potrebbero comparire complici che prima non si sono visti.

Quanto ho esposto finora è utile per sviluppare una logica della prevenzione dell’aggressione. Prevenire significa conoscere il fenomeno, capire come nasce e come si sviluppa, quali emozioni entrano in gioco e come gestirle,  cosa fare in determinate circostanze, avere in mente quali sono gli obiettivi nelle diverse situazioni. Il miglior modo di prevenire è avere consapevolezza non solo del fenomeno, ma di come noi personalmente funzioniamo, di quali risorse disponiamo e di come possiamo metterle a frutto perché possano tornarci utili.

Alberto Longhi

 

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.