Il gioco: 5 caratteristiche chiave - Psicologo Milano
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Il gioco: 5 caratteristiche chiave

psicologia del gioco nei bambini

imagesNella nostra specie, il gioco risponde a molte finalità importanti.

Si tratta di un mezzo attraverso il quale i bambini sviluppano le loro capacità fisiche, cognitive emotive, sociali e morali. E’ un modo per creare e coltivare amicizie. Inoltre, esso è in grado di generare uno stato mentale che, negli adulti come nei bambini, è particolarmente adatto per il ragionamenti astratto, la risoluzione di problemi e gli sforzi creativi.

In questo articolo approfondiremo 5 caratteristiche distintive del gioco, ma prima di farlo vedremo 3 punti generali da tenere a mente.

Il primo punto è che le caratteristiche del gioco hanno tutte a che fare con la motivazione e l’atteggiamento mentale, e non con la forma conclamata del comportamento. Due persone potrebbero lanciare una palla, martellare chiodi o digitare parole su un computer, e uno potrebbe giocare mentre l’altro no. Per capire chi sta giocando e chi no, occorre inferire dalle loro espressioni o dai dettagli delle loro azioni le motivazione alla base del loro comportamento.

Il secondo punto è che il gioco non è una attività “tutto o nulla”. Esso può fondersi con altri motivi ed atteggiamenti, in una proporzione può andare dallo 0% al 100% di gioco. Il gioco “puro” si verifica più spesso tra i bambini che tra gli adulti. Negli adulti, il gioco è comunemente miscelato con altri motivi, che hanno a che fare con le responsabilità degli adulti.

Il terzo punto è che il gioco non può essere definito da una singola caratteristica, ma da una configurazione di diverse caratteristiche. Eccone cinque, che approfondiremo di seguito:

1. I giocatori scelgono liberamente di partecipare al gioco, dirigono le proprie azioni durante il gioco e sono in ogni momento liberi di smettere di giocare

2. Il gioco è un’attività in cui i mezzi sono più importanti degli esiti

3. Il gioco ha una sua struttura e delle regole che non sono dettate da necessità fisica ma che provengono dalle menti dei giocatori

4. Il gioco è fantasia ed è qualcosa di separato dal mondo reale

5. Il gioco coinvolge una mente attiva, vigile ma non sotto pressione

Più una attività comporta queste caratteristiche, maggiormente le persone saranno inclini a considerare tale attività un gioco.

1. I giocatori scelgono liberamente di partecipare al gioco, dirigono le proprie azioni durante il gioco e sono in ogni momento liberi di smettere di giocare

Giocare è, prima di tutto, una espressione di libertà. E’ ciò che una persona desidera fare e si contrappone a quelle attività che invece si è obbligati a fare. La gioia che deriva dal gioco è una sensazione estatica di libertà. Il gioco non è sempre accompagnato da sorrisi e risate, né sorrisi e risate sono sempre segni di gioco; ma il gioco è sempre accompagnato da una sensazione di “Sì, questo è quello che voglio fare in questo momento!”. Per definizione, i giocatori sono agenti liberi, non pedine nel gioco di qualcun altro.

I giocatori non solo scelgono di giocare o non giocare, ma dirigono le proprie azioni durante il gioco. Come vedremo dopo, giocare coinvolge sempre regole di qualche tipo, ma tutti i giocatori devono accettare liberamente le regole, e se le regole vengono cambiate tutti i giocatori devono accettare le modifiche. È per questo che il gioco è la più democratica di tutte le attività. Nel gioco sociale (gioco che coinvolge più di un giocatore), un giocatore può diventare per un periodo un leader, ma solo con l’accordo di tutti gli altri. Ogni regola che il leader propone deve essere approvata, almeno tacitamente, da tutti gli altri giocatori.

La massima libertà all’interno del gioco è quella di uscire in qualsiasi momento. Una persona che si sente costretta, sotto pressione o incapace di smettere, non è più un giocatore, ma diviene una vittima. La libertà di uscire fornisce le basi per tutti i processi democratici che si verificano nel gioco sociale. Se un giocatore tenta di prevaricare o dominare gli altri, gli altri usciranno dal gioco e il gioco sarà finito; dunque, i giocatori che vogliono continuare a giocare devono imparare a non prevaricare gli altri. Allo stesso modo, le persone che non sono d’accordo su una proposta di modifica di regole possono anche uscire, ed è per questo i leader in gioco devono ottenere il consenso degli altri giocatori al fine di modificare una regola.

Le persone che cominciano a sentire che i loro bisogni o desideri non sono considerati all’interno del gioco, smetteranno di giocare, ed è per questo che i bambini imparano, nel gioco, ad essere sensibili ai bisogni altrui e si sforzano di soddisfare tali esigenze. E’ attraverso il gioco sociale che i bambini imparano, da soli, senza lezioni, come soddisfare le proprie esigenze e, allo stesso tempo, i bisogni degli altri. Questa è forse la lezione più importante che le persone in qualsiasi società possono imparare dal gioco.

Questo punto sul fatto che il gioco è qualcosa di auto-deciso e auto-diretto è ignorato o forse dimenticato da molti adulti, che spesso cercano di prendere il controllo del gioco dei bambini. Gli adulti possono giocare con i bambini, e in alcuni casi possono anche essere leader in quei giochi, ma per farlo occorre che abbiano almeno la stessa sensibilità che i bambini stessi mostrano alle esigenze e ai desideri di tutti i giocatori. Poichè gli adulti sono comunemente visti come figure di autorità, i bambini spesso si sentono meno liberi di smettere di giocare o di non essere d’accordo con le norme proposte. E così che, quando gli adulti cercano di condurre il gioco dei bambini, il risultato è spesso qualcosa che, per molti bambini, non è più un gioco. Quando un bambino si sente costretto, lo spirito del gioco svanisce e anche tutti i suoi vantaggi. I giochi di matematica a scuola e gli sport suggeriti da adulti non sono giochi per tutti coloro che non sentono di volervi partecipare e non sono in grado di accettare le regole che gli adulti hanno stabilito. I giochi decisi dagli adulti possono essere una buona idea per i ragazzi che scelgono liberamente di parteciparvi, ma possono sembrare una punizione per tutti i bambini che non hanno fatto questa scelta.

Ciò che è vero per i giochi dei bambini è vero anche per i giochi degli adulti. Le ricerche hanno dimostrato che gli adulti che hanno la possibilità di decidere come e quando fare il loro lavoro spesso tendono a vederlo come un gioco, anche (anzi soprattutto) quando il lavoro è difficile. Al contrario, le persone che si trovano a dover fare tutto quello che dicono gli altri, raramente sperimentano il loro lavoro come un gioco.

2. Il gioco è un’attività in cui i mezzi sono più importanti dei fini

Molte delle nostre azioni sono “libere”, nel senso non percepiamo che le altre persone ci stiano spingendo a farle, ma non sono libere in un altro senso: si tratta di azioni che riteniamo di dover fare al fine di raggiungere un certo obiettivo. Abbiamo un prurito e ci grattiamo per sbarazzarcene, fuggiamo da una tigre per evitare di essere mangiati, studiamo un libro poco interessante per ottenere un buon voto, accettiamo un lavoro noioso per ottenere denaro. Se non ci fossero prurito, tigre, esame, o necessità di denaro, non dovremmo grattarci, fuggire, studiare o fare un lavoro noioso. In questi casi non stiamo giocando.

Nella misura in cui ci impegniamo in un’attività puramente per raggiungere un fine, che è separato dalla attività stessa, l’attività smette di essere un gioco.

Ciò che apprezziamo di più, quando non stiamo giocando, sono il risultato delle nostre azioni. Le azioni sono soltanto mezzi per raggiungere esiti. Quando non stiamo giocando, di solito optiamo per il più breve e meno dispendioso sforzo per raggiungere il nostro obiettivo. E’ il caso, ad esempio, di uno studente che studia il minimo indispensabile per ottenere il voto che desidera, essendo il suo obiettivo quello di far bene l’esame. Ogni apprendimento che non sia legato a questo obiettivo è, per lui, fatica sprecata.

Nel gioco, invece, tutto ciò si inverte. Il gioco è l’attività svolta principalmente fine a se stessa. Lo studente “giocoso” trae piacere dallo studiare e si preoccupa meno del voto.

Nel gioco, l’attenzione è focalizzata sui mezzi, non sull’esito, e i giocatori non necessariamente cercare i percorsi più facili per raggiungere gli obiettivi. Pensate ad un gatto che sta cacciando un topo e a un gatto che sta giocando a cacciare un topo. Il primo prende la via più veloce per ucciderlo. Il secondo sperimenta vari modi per prendere il topo, non tutti ugualmente efficienti, e lascia andare il topo ogni volta in modo che possa provare di nuovo. Il primo gatto gode dell’esito; il secondo dei mezzi (il topo, ovviamente, mai).

Il gioco ha spesso obiettivi, ma gli obiettivi sono vissuti come parte intrinseca del gioco, non come l’unica ragione per impegnarsi in azioni di gioco. Gli obiettivi del gioco sono subordinati ai mezzi per raggiungerlo. Ad esempio, nel gioco di costruzione l’obiettivo è quello di creare l’oggetto che il giocatore ha in mente. Ma si noti che l’obiettivo primario in tale gioco è la creazione dell’oggetto, non l’ottenimento del risultato. I bambini che fanno un castello di sabbia non sarebbero per niente felici se un adulto arrivasse e dicesse “fermate tutti i vostri sforzi. Farò io il castello al vostro posto”. Il loro divertimento sarebbe rovinato. Il processo, non il prodotto, li motiva.

Allo stesso modo, i bambini o gli adulti che giocano ad un gioco competitivo hanno l’obiettivo di segnare punti e vincere, ma, se stanno veramente giocando, è il processo di fare punti e il cercare di vincere che li motiva, non i punti stessi o il fatto di vincere. Il gioco è qualcosa in cui la persona gode indipendentemente dalle ricompense estrinseche ricevute per farlo.

Uno dei motivi per cui il gioco genera lo stato emotivo ideale per la creatività e l’apprendimento è che la mente è concentrata sui mezzi. Dal momento che gli esiti sono secondari, la paura del fallimento è assente e i giocatori si sentono liberi di sperimentare nuovi modi di fare le cose.

 

3. Il gioco è guidato da regole che stanno nella mente dei giocatori

Il gioco è un’attività scelta liberamente, ma non è una attività completamente libera. Ogni gioco ha infatti una struttura, e la struttura deriva da regole nella mente del giocatore.

Per giocare è necessario comportarsi in accordo con le regole che si sono accettate. Le regole non sono come le regole della fisica, né come istinti biologici che sono seguiti automaticamente. Piuttosto, sono concetti mentali che spesso richiedono sforzo cosciente affinchè siano tenute a mente e seguite.

Una regola di base del gioco “di costruzione”, per esempio, è di utilizzare il materiale, ad esempio mattoncini lego, per riprodurre un oggetto specifico che si ha in mente, e non assemblarli in maniera casuale. Nei giochi “di combattimento”, ciò che può sembrare casuale dall’esterno, in realtà è vincolato da regole. Un regola sempre presente nei giochi di lotta è quella di imitare alcune azione dei combattimenti reali, ma di non fare del male all’altra persona. Nel gioco di combattimento vi è molto più controllo che nei combattimenti reali. E’ dunque un esercizio di autocontrollo.

Tra le più complesse forme di gioco, in termini di regole, vi è quello che i ricercatori chiamano gioco “sociodrammatico”, ossia quello in cui i partecipanti simulano scene della vita reale recitando ruoli, come giocare alla casa, al matrimonio o fingere di essere supereroi. La regola fondamentale è che si deve rispettare il ruolo che si è condiviso con gli altri giocatori. Ad esempio, colui che è il cane nel gioco della “casa”, deve camminare a quattro zampe e abbaiare al posto che parlare. Per illustrare la natura del gioco sociodrammatico, lo psicologo russo Lev Vygotskij ha raccontato di due sorelle di 5 e 7 anni mentre giocavano a “sorelle”. Come sorelle effettive, raramente pensavano alla loro sorellanza e non avevano un modo coerente di comportarsi l’una con l’altra. A volte si divertivano insieme, a volte si sostenevano e a volte si ignoravano. Quando invece giocavano a sorelle, si comportavano sempre secondo il loro stereotipo condiviso di essere sorelle: si vestivano allo stesso modo, parlavano allo stesso modo, si amavano sempre l’un l’altra, parlavano delle differenze tra il loro rapporto e quello con altri, etc. Vi era insomma molto più autocontrollo e sforzo mentale nel giocare “a fare le sorelle” rispetto ad esserlo.

La categoria di gioco con le regole più esplicite è quella dei cosiddetti “giochi formali”. Si tratta di giochi, come la dama e il baseball, con regole specificate verbalmente, in modo da minimizzare l’ambiguità di interpretazione. Le regole di questi giochi sono comunemente trasmesse da una generazione a quella successiva. Molti giochi formali nella nostra società sono competitivi, e uno degli scopi delle regole formali è quello di fare in modo che le stesse restrizioni si applichino a tutti i possibili concorrenti di quel gioco. I giocatori di giochi formali, se sono veri giocatori, devono adottare queste regole come proprie per il periodo del gioco. Naturalmente, nelle versioni non ufficiali di tali giochi, i giocatori possono modificare le regole per soddisfare le proprie esigenze, ma ogni modifica deve essere accettata da tutti i partecipanti.

Il punto principale è che ogni forma di gioco comporta una buona dose di auto-controllo. Quando non giocano, bambini e adulti possono agire in base alle loro esigenze biologiche immediate, emozioni e capricci; ma all’interno del gioco devono agire in modi che i loro compagni di gioco ritengano appropriati. Il gioco attira ed affascina il giocatore proprio perché è strutturato da regole che lo stesso giocatore ha inventato o accettato.

Ma perchè si accettano le regole? Secondo Vygotskij, il desiderio del bambino di giocare è così forte che diventa una forza motivante per l’apprendimento dell’auto-controllo. Il bambino resiste ad impulsi e tentazioni che sarebbero in contrasto con le regole perché cerca il più grande piacere di restare nel gioco. Inoltre, il bambino accetta le regole del gioco perché sa di essere sempre libero di uscire se le regole diventano troppo onerose.

Insomma, uno dei più grandi valori di giocare per la nostra specie sta nella formazione dell’autocontrollo. L’autocontrollo è la chiave delle società umane. In qualsiasi società, le persone devono comportarsi secondo coscienza e condividere delle convenzioni, ed è proprio questo ciò che praticano costantemente i bambini all’interno del gioco.

4. Il gioco è fantasia ed è qualcosa di separato dal mondo reale

Un apparente paradosso del gioco, sottolineato anche da Vygotskij, è che il gioco è una cosa seria ma non seria, reale ma non reale.

Nel gioco si entra in un regno che si trova fisicamente nel mondo reale, si fa uso di oggetti del mondo reale, riguarda spesso il mondo reale, eppure in qualche modo è mentalmente separato dal mondo reale.

L’immaginazione e la fantasia sono più evidenti nel gioco sociodrammatico, dove i giocatori creano i personaggi e la trama, ma sono presenti in una certa misura anche in tutte le altre forme di gioco umano. Nel giochi di guerra, la lotta è finta, non reale. Nel gioco di costruzione, i giocatori dicono che stanno costruendo un castello, ma sanno che è un castello finto, non reale. Nei giochi formali con regole esplicite, i giocatori devono accettare una situazione fittizia già stabilita che fornisce le basi per le regole. Ad esempio, nel mondo reale gli alfieri possono muoversi in qualsiasi direzione, ma nel mondo di fantasia degli scacchi possono muoversi solo sulle diagonali.

Pochè il gioco si svolge in un mondo di fantasia, deve essere governata da regole che sono nella mente dei giocatori, piuttosto che dalle leggi della natura. Nella realtà, non si può andare a cavallo a meno che un vero e proprio cavallo non sia fisicamente presente; ma nel gioco si può andare a cavallo ogni volta che le regole del gioco consentono di farlo. Nella realtà, una scopa è solo una scopa, ma nel gioco può essere un cavallo. Nella realtà, un pezzo degli scacchi è solo legno intagliato, ma negli scacchi è un alfiere o un cavallo che ha capacità e limitazioni ben definite per il movimento.

E’ la situazione fittizia che detta le regole del gioco; il mondo fisico reale all’interno del quale si svolge il gioco è secondario. Attraverso il gioco il bambino impara a “prendere in carico” il mondo e non semplicemente rispondere passivamente ad esso. Nel gioco la mente del bambino domina, e gli elementi del mondo fisico sono usati in funzione della mente.

Infine, ogni gioco ha un “tempo” e dei “time out”, anche se ciò è più evidente per alcune forme di gioco rispetto ad altre. Il tempo designa la durata della finzione. Il “time out” del gioco è invece un ritorno temporaneo alla realtà, forse per legarsi le scarpe, andare in bagno o richiamare un compagno di giochi che non ha seguito le regole.

A volte gli adulti diventano confusi circa la serietà dei giochi dei bambini e dal rifiuto dei bambini, durante il gioco, di dire che stanno giocando. Si preoccupano inutilmente che i bambini non distinguano la fantasia dalla realtà (questo capita, ad esempio, quando un bambino finge di essere Superman per un tempo che supera un giorno :-)). In realtà, fin dall’età di 2 anni, i bambini riconoscono la differenza tra realtà e finzione. Questa capacità innata è parte della capacità innata di giocare.

5. Giocare comporta una mente attiva, vigile ma non sotto pressione

Quest’ultima caratteristica segue naturalmente le altre quattro.

Poiché il gioco prevede il controllo cosciente del proprio comportamento, con particolare attenzione al processo e alle regole, richiede una mente attiva e vigile. Nel gioco, i giocatori non sono in una posizione in cui assorbono passivamente informazioni dall’ambiente, rispondono istintivamente agli stimoli o si comportano automaticamente secondo abitudini.

Inoltre, poichè il gioco non è una risposta alle richieste esterne o a forti ed immediate esigenze biologiche, la persona è relativamente libera da pulsioni ed emozioni che possono generare pressioni o stress. E poiché l’attenzione del giocatore è focalizzata sul processo più che il risultato, la mente del giocatore non è distratta dalla paura del fallimento.

Così, la mente nel gioco è attiva e vigile, ma non sottoposta a pressioni.

Lo stato mentale del gioco è quello che alcuni ricercatori chiamano “flusso”. L’attenzione è in sintonia con l’attività stessa, la mente è assorta nelle idee, nelle regole e nelle azioni del gioco.

Questo punto è molto importante per capire il valore del gioco come modalità di apprendimento e di produzione creativa. Ciò che gli esperimenti mostrano è che una forte pressione di fare bene (che induce ad uno stato non ludico) migliora le prestazioni in compiti che sono facili o già conosciuti dalla persona, ma peggiora le prestazioni in compiti che richiedono creatività, un processo decisionale consapevole o l’apprendimento di nuove competenze.

Al contrario, tutto ciò che ha lo scopo di ridurre la preoccupazione di una persona circa il risultato e di aumentare il divertimento nell’azione stessa, dunque tutto ciò che aumenta la giocosità, ha l’effetto opposto.

Una forte pressione a svolgere bene un’attività inibisce la creatività e l’apprendimento focalizzando l’attenzione sull’obiettivo e riducendo in tal modo la capacità di concentrarsi sui mezzi. Quando si è sotto pressione, si tende a ripiegare su vie istintive o precedentemente apprese di fare le cose. Questo modo di rispondere alla pressione è adattivo in molte situazioni di emergenza. Quando una tigre ci sta inseguendo, non è funzionale sperimentare nuove modalità ma utilizzare mezzi già appresi per scappare e nascondersi. L’attenzione deve concentrarsi sul produrre il miglior risultato possibile con azioni che sono già state apprese e verificate.

Quando invece è necessario sperimentare e creare, lo stato di gioco è di gran lunga più utile.

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Il gioco è certamente una delle attività fondamentali per l’essere umano.

Durante l’infanzia, esso riveste un ruolo cruciale all’interno dello sviluppo psicologico, in quanto accompagna nell’apprendimento di skills a livello cognitivo, emotivo e sociale. Anche nelle fasi successive della vita, giocare rimane uno spazio insostituibile.

In questo articolo, il primo di una serie sull’argomento “giochi”, cominciamo a entrare in confidenza con l’argomento approfondendone 5 caratteristiche chiave.

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.