Dalla rabbia alla rissa, quando l'aggressione è co-costruita - Psicologo Milano
La psicologia dell’aggressore
1 agosto 2013
Alberto Longhi psicologo busto arsizio
1 agosto 2013
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Dalla rabbia alla rissa, quando l’aggressione è co-costruita

RISSADopo avere passato in rassegna la psicologia degli aggressori, della vittima e delle conseguenze che l'atto violento implica, in questa trattazione parlerò di un fenomeno molto comune ed altrettanto pericoloso: la co-costruzione di un’aggressione.

Cosa intendiamo per co-costruzione? Intendiamo che il fenomeno in oggetto, in questo caso l’aggressione, è costruito con la partecipazione di almeno due attori.

Ma ciò cosa significa in pratica? Sarà capitato a tutti o quasi di guidare nel traffico, ad una lentezza estenuante, quando un “furbo” superando da destra tutta la colonna si infila proprio davanti a noi. In quel caso è molto frequente perdere la pazienza, arrabbiarsi, e magari mandarlo mentalmente “a quel paese”. Talvolta capita di verbalizzare l’imprecazione, senza però che ciò sia udibile dall’altra persona. In alcuni casi però può capitare che, in preda all’esasperazione, si suoni il clacson o si gesticoli in modo da far percepire all’altra persona il nostro disappunto. L’altra persona potrebbe non apprezzare il nostro commento o il nostro gesto e potrebbe rispondere a tono. Poi il semaforo diventa verde e, più arrabbiati di prima, si riparte.

RISSADopo avere passato in rassegna la psicologia degli aggressori, della vittima e delle conseguenze che l’atto violento implica, in questa trattazione parlerò di un fenomeno molto comune ed altrettanto pericoloso: la co-costruzione di un’aggressione.

Cosa intendiamo per co-costruzione? Intendiamo che il fenomeno in oggetto, in questo caso l’aggressione, è costruito con la partecipazione di almeno due attori.

Ma ciò cosa significa in pratica? Sarà capitato a tutti o quasi di guidare nel traffico, ad una lentezza estenuante, quando un “furbo” superando da destra tutta la colonna si infila proprio davanti a noi. In quel caso è molto frequente perdere la pazienza, arrabbiarsi, e magari mandarlo mentalmente “a quel paese”. Talvolta capita di verbalizzare l’imprecazione, senza però che ciò sia udibile dall’altra persona. In alcuni casi però può capitare che, in preda all’esasperazione, si suoni il clacson o si gesticoli in modo da far percepire all’altra persona il nostro disappunto. L’altra persona potrebbe non apprezzare il nostro commento o il nostro gesto e potrebbe rispondere a tono. Poi il semaforo diventa verde e, più arrabbiati di prima, si riparte.

Non sempre però tutto finisce bene. A volte succede che la lite degeneri e allora, dalle parole si passa alle mani. Non è infrequente sentire di litigi finiti con un morto per cause di parcheggio o futili motivi del genere. Litigi che degenerano. E accadono ovunque: tra vicini di casa, condomini, tra compagni di classe, tra ragazzi in discoteca, tra partner, tra perfetti sconosciuti al bar o per strada…

Quando comincia il conflitto? Spesso si ritiene che esso cominci quando un soggetto attacca verbalmente o fisicamente l’altro. Non è così. Una lite comincia molto prima, nel momento in cui uno dei due soggetti mette in atto un comportamento che dia modo all’altro di pensare di aver subito un torto; un elemento determinante perché il conflitto si accenda è che chi ha “subìto” il comportamento dell’altro ritenga di aver subìto un torto e che l’altro glielo abbia recato intenzionalmente.

A volte il conflitto inizia nella mente di chi intende aggredire, senza che l’altro ne conosca il motivo. “Tu mi hai guardato male… che vuoi?”. Sentirsi rivolgere un’intimidazione del genere da un perfetto sconosciuto che non si aveva notato nemmeno di striscio, purtroppo, può capitare. Una provocazione gratuita, un’offesa, un insulto, sempre da uno (o più) perfetti sconosciuti è qualcosa che può capitare di sentirsi rivolgere. L’offesa poi può essere rivolta ad una persona a noi vicina, per esempio si può udire un brutto commento sulla propria fidanzata.

In questi casi, è molto facile che si provi rabbia, irritazione, che si senta il proprio orgoglio ferito (“ma come si permette questo?! Gliela farei vedere io…”); al contento si ha paura, perché ciò può voler dire uno scontro imminente (“si, però è con gli amici…e sembrano pure grossi…”)… ma nel contempo si prova rabbia, che diventa frustrazione se non si fa nulla (“che schifo di mondo, la polizia non c’è mai quando serve”)… oppure la rabbia rimane tale, intatta, si ha quasi la sensazione di esplodere (in questo caso, rischia di mancare il pensiero)… prima di replicare.

Così la lite, da una situazione esistente nella mente di chi ha lanciato la provocazione, diventa una situazione reale. Dove sono coinvolti almeno due attori. Forse lo scontro rimane uno scontro verbale, forse si arriva alle mani… e non è infrequente che compaiano delle armi, anche improvvisate (bottiglie rotte, bastoni, catene…).

La persona che ha risposto alla provocazione si è lasciata trascinare nella lite. In quel caso, il “provocatore” è riuscito nel suo intento. È riuscito a causare una ferita nell’orgoglio tale da indurre la sua “preda” a reagire. Come un pescatore che getta un’esca… e la preda abbocca. Certamente, in questa situazione, hanno perso tutti e due, ammettendo che siano solo in due a prendere parte allo scontro. Uno scontro perso da entrambi, in partenza.

Entrambi, probabilmente, si faranno male. E forse entrambi avranno problemi con la giustizia.

Cadere nella trappola di una provocazione significa agire esattamente come l’altro spera che si agisca. Facilmente, se una persona ci provoca è perché vuole stimolare in noi una reazione. Il fatto di reagire ad una provocazione, in questo caso, può significare entrare in uno schema già predefinito da chi ha “lanciato la sfida”. Egli potrebbe sapere benissimo che se l’altro reagisse  questi sarebbe sopraffatto, perché sa di avere a disposizione degli “alleati” su cui contare, o conosce bene la sua forza fisica, o forse ha persino delle armi.

Nel caso appena descritto, sembra che il “provocatore” sia una persona violenta, aggressiva, qualcuno già predisposto per la lite che cerca in qualche modo la sua preda.

Cosa ben diversa è nel caso in cui due persone “normali” iniziano una lite, perché uno taglia la strada all’altro in auto, per motivi di parcheggio o simili… In questo caso nessuno da principio ha intenzione di “attaccare briga”…ma qualcosa del comportamento dell’altro ci fa arrabbiare terribilmente. “Mi ha rubato il parcheggio per cui aspetto da 5 minuti! E l’ha fatto apposta!!!”. In una situazione del genere sentiamo di avere subito un torto e la cosa ci fa arrabbiare terribilmente. E una inadeguata gestione della nostra rabbia può portarci a manifestarla. Anche se non ricorriamo ad epiteti volgari o ad insulti, è possibile che l’altro si arrabbi a sua volta… ricorrendo, forse lui sì, ad epiteti volgari e insulti. Il rischio è un’escalation. “Ma come ti permetti?! Non solo mi rubi il parcheggio, ma ti permetti pure di insultare?!”. Una situazione del genere può degenerare. Anche perché non sappiamo con chi abbiamo a che fare. Potremmo avere a che fare con una persona incapace di gestire la rabbia, o sotto uso di sostanze… l’escalation di un conflitto può arrivare ad un punto di non ritorno. E allora, anche se una parte di noi ci dirà di lasciare perdere, avremo la sensazione che sia “troppo tardi”. Sensazione che forse pervade anche l’altro. E in questo stato è molto difficile ridurre la tensione. Ed è in questi casi che, il più delle volte, le cose vanno per il peggio…

Un’adeguata gestione delle nostre emozioni può, sia nel caso in cui si riceva esplicitamente una provocazione, sia nel caso in cui si abbia la sensazione di aver subito un torto, salvarci da una situazione di conflitto che non si sa che strada prenderà.

Tecniche di respirazione, lo humor, modulare la rabbia individuando i propri pensieri irrazionali, ristrutturare cognitivamente la situazione sono solo alcune tecniche che possono aiutare a trovare un atteggiamento adeguato di fronte a situazioni che possono diventare pericolose. Ciò che è fondamentale ricordarsi, è che, in quanto uomini, abbiamo possibilità di scelta: possiamo decidere se ingaggiare un conflitto o tenercene fuori.

Il fatto di aver subito una provocazione non è un motivo valido per rispondere e tanto meno per arrivare alle mani… tanto più che la responsabilità personale (civile, penale, oltre che morale) rimane, anche se “ha cominciato lui”.

Alberto Longhi

 

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.