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1 agosto 2013

Cos’è la pedagogia dei genitori? Seconda parte

gruppo genitoriNel precedente articolo ho iniziato a spiegarvi qualcosa di forse un po’ teorico sulla pedagogia dei genitori, ora entreremo più nel pratico e cercheremo di capire ancor meglio l’utilità di questa metodologia.

I figli sono conosciuti bene dai loro genitori, ancora di più se sono in situazione di disabilità. E’ vero che queste persone vivono incontrando medici, psicologi e assistenti sociali, ma il loro percorso non può essere deciso solo da figure sanitarie o, in caso della vita a scuola, dagli insegnanti di sostegno, ma dev’essere concordato confrontandosi coi genitori. Le figure esterne hanno studiato, ma anche madri e padri hanno “studiato”, e lo hanno fatto tutti i giorni, stando a contatto coi loro ragazzi da quando sono nati. E’ importante l’alleanza tra famigliari ed educatori per non far sentire soli gli educatori stessi e per far sì che i famigliari sappiano cosa succede fuori casa. Si stipula una sorta di patto educativo in modo che si sia tutti alla pari: gli operatori studiano, ma anche le famiglie hanno qualcosa da dare, il sapere dell’esperienza. Una persona analfabeta, ad esempio, può essere bravissima ad allevare animali e a fare vino, ma se facesse un esame universitario sarebbe probabilmente considerato un ignorante. Il sapere dell’esperienza è quotidiano, concreto, non deve passare per forza attraverso la teoria. Le mamme hanno un sapere prezioso: aiutano i loro figli a trasformare il linguaggio non verbale in verbale non grazie al sapere teorico, ma all’istinto. Chi conosce il campo? Il contadino che lo cura da anni o l’agronomo che ha studiato tanti campi? Entrambi: il contadino deve rifarsi all’agronomo e viceversa. I contadini sono i famigliari perché conoscono bene il loro congiunto vivendoci insieme quotidianamente, l’agronomo è l’educatore.

1 agosto 2013

Cos’è la pedagogia dei genitori? Prima parte

pedagogiaIn questo articolo, vorrei parlarvi di una metodologia molto interessante per affrontare in maniera diversa il tema della disabilità.

Normalmente, quando nasce un figlio con disabilità grave o medio grave, c’è un’iniziale paura dei genitori di fronte al fantasma della malattia con la quale dovranno convivere tutta la vita. In seguito, però, grazie alla conoscenza del nuovo arrivato e all’aiuto fornito dagli operatori esterni ed esperti del mestiere, i famigliari imparano ad accettare questa condizione e, di solito, iniziano a trovare una serie di lati positivi di fronte all’insopportabile idea di aver generato un figlio con problemi.

Il secondo passo, però, è quello di far accettare il bambino dalla società, prima tra parenti e amici, poi durante tutto il percorso scolastico. Come si può fare a considerare “persona” un individuo che, ad esempio, a mala pena sta seduto in carrozzina, che non parla e fatica ad esprimersi anche mediante gestualità? Con questo approccio, il Dott. Riziero Zucchi ha ideato una metodologia che, se riuscirà a diffondersi in modo capillare, produrrà sicuramente dei grossi vantaggi da molti punti di vista.

Ogni disabilità ha un nome che la definisce e la classifica, ma siamo sicuri che due bambini autistici siano esattamente uguali? In fondo, le parole sono simboli convenzionali, bisogna passare dalla parola alla persona e la metodologia descritta qui permette questo passaggio. Non basta fermarsi alla superficie della parola “autistico”, ma bisogna andare più in profondità e conoscere quel bambino che, di certo, pur essendo autistico, avrà le sue abitudini e il suo particolare carattere.