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Vincere lo stress con la resilienza – intervista a Pietro Trabucchi

pietro trabucchi

Pietro trabucchiPietro Trabucchi è uno psicologo che si occupa da sempre di prestazione sportiva, in particolare di discipline di resistenza. E’ stato psicologo della Squadra Olimpica Italiana di Sci di Fondo alle Olimpiadi di Torino 2006 e per molti anni psicologo delle squadre Nazionali di  Triathlon. Ora si dedica alle Squadre Nazionali  di Ultramaratona e alla Squadra Olimpica di Canottaggio in vista di Rio 2016, oltre che di numerosi atleti di sport di resistenza. Autore di diversi libri, è professore incaricato presso l’Università di Verona e collabora con il Centro di ricerca in Bioingegneria e Scienze motorie di Rovereto (oggi Cerism) e con l’istituto di Scienze dello Sport a Roma. Si è occupato di formazione in varie aziende sul tema della motivazione e della gestione dello stress.

Indice

00:35 Sport e stress.

03:19 Un’arma per combattere lo stress: la resilienza.

05:17 Da cosa si origina il benessere?

07:34 Nuove tecnologie e resilienza.

11:00 Resilienza: una scelta di costruzione della realtà.

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 Pietro Trabucchi

Resisto dunque sono

Sbobinatura intervista

“Al giorno d’oggi c’è secondo me una pressione culturale e sociale, fa comodo che la gente si creda più debole, più disarmata di quello che  è di fatto, questo anche perché accanto a questa pressione culturale c’è anche un aspetto commerciale, in parte credo che ci tradiamo da soli, le persone si dimenticano il fatto di avere molte risorse.”

***

Sport e stress.

Luca Mazzucchelli: Un saluto a tutti da Luca Mazzucchelli, oggi parliamo di stress e resilienza e lo facciamo insieme a  Pietro Trabucchi, grazie Pietro per essere qui con me. Pietro è uno psicologo che si occupa di sport, in particolare si occupa di quegli sport in cui la resistenza è caratteristica centrale per riuscire nelle competizioni, E’ stato psicologo della squadra olimpica italiana di sci di Torino 2006, per molti anni anche delle nazionali di Triathlon. Ho saputo che recentemente si dedica alle squadre nazionali di ultramaratona, cosa è?

Pietro Trabucchi: E’ composta da tre discipline per un totale di 100 km e questi atleti svolgono competizioni che durano 24 ore, dove chiaramente il vincitore è colui che ha fatto più kilometri nel tempo dato e poi l’ultra trail che si svolge su distanze più lunghe della maratona, però quasi sempre in montagna.

LM: Delle imprese che per chi fa sport magari più per hobby o è abituato a vedere delle partite di calcio alla televisione sembrano davvero titaniche come imprese…

PT: Non fanno delle prestazioni da amatore, sono prestazioni di livello assoluto, si confrontano con i migliori al mondo eppure è gente che in qualche modo deve lavorare, devono portare lo stipendio a casa. Mettono in crisi tutta una serie di assunti su cosa sia la motivazione, cosa ci spinge…

LM: C’è questa tendenza delle persone a sfuggire dallo stress, non ad affrontarlo, ma cercando di tenerlo lontano…

PT: Credo che questa cosa sia oggi molto evidente e che faccia dimenticare il fatto che noi siamo da un punto di vista dello stress delle straordinarie macchine di gestione dello stress stesso. Al giorno d’oggi c’è una pressione culturale e sociale,  fa comodo che la gente si creda più debole, più disarmata di quella che è di fatto, questo anche perché accanto a questa pressione culturale c’è anche un aspetto commerciale, da una parte penso che un po’ ci tradiamo da soli, le persone si dimenticano il fatto di avere molte risorse e questo è interessante, è un tema attualissimo oggi.

Un’arma per combattere lo stress: la resilienza.

LM: Possiamo dire quindi che fra le risorse principali per affrontare lo stress quella della resilienza è forse quella cruciale?

PT: Con il concetto di resilienza io intendo la capacità di riuscire a mantenere la propria motivazione, ad inseguire i propri obiettivi nonostante la presenza sul proprio cammino di ostacoli, di problemi, di difficoltà…

LM: Di fronte allo stesso accadimento alcuni mollano, altri resistono e vanno avanti, alcuni si fanno sovrastare, altri riescono a reagire e magari ad uscirne anche più rinforzati. Come mai questa differenza, dove nasce?

PT: Questa differenza nasce principalmente da due aspetti, da un lato le persone che ho conosciuto estremamente resilienti facevano leva su esperienze di vita particolari che avevano vissuto e che li avevano in qualche modo plasmati e fortificati. Nell’altro caso invece è un problema di allenamento sostanzialmente, in questo senso è un concetto molto vicino allo sport, nella società chi si occupa di allenamento sono tutte le forme di educazione a partire dalle agenzie più di base come la scuola. Uno si può chiedere ad esempio quanto la scuola stia aiutando i giovani a sviluppare aspetti di resilienza, credo molto poco. Non lo dico per cercare il colpevole, sarebbe forse anche molto facile o inutile, però di fatto c’è poco che riesce a contrastare questa spinta culturale al far credere che in realtà siamo deboli e non c’è niente da fare…

Da cosa si origina il benessere?

LM: E’ come un muscolo, la resilienza può essere allenata, proprio come discorso di crescita personale, per vivere meglio, per aumentare il benessere…

PT: Sì esattamente come un muscolo, ma non so se si può parlare di benessere, per il benessere si può andare alle terme, si possono fare tante cose… non c’è benessere senza capacità di gestire il malessere, per costruire il benessere si deve partire da questo. E’ una crescita personale, che deriva da aspetti che noi oggi tendiamo ad evitare, che siano la fatica, il disagio, la frustrazione… certi stati dell’umore. Un consiglio spiccio potrebbe essere questo: condividiamo tutti questa idea di dover cambiare un certo stato del nostro umore quando non corrisponde a quello più socialmente desiderabile. In realtà si può imparare ad accettare di provare un po’ di tristezza, di starci dentro…

LM: Siamo in un’epoca in effetti nella quale se non ci piace qualcosa del nostro corpo ci rifacciamo con la chirurgia plastica, se c’è qualcosa che non va siamo abituati a prendere la pastiglia e questa per magia dovrebbe cambiare la percezione che abbiamo delle cose…da questo punto di vista è un ritorno alle origini, imparare ad accettare e convivere con le cose che ci sono. Probabilmente prof perché uno è solo entrandoci dentro che riesce anche a venirne fuori, altrimenti è una fuga continua…

LM: Sì esatto, come diceva Lei starci dentro un pochino, non dico sguazzarci ma almeno ogni tanto vedere in faccia queste cose, non si può pretendere di vedere sempre il lato più piacevole della vita…

LM: Mi viene in mente una citazione di Seneca: “fuggi dove vuoi uomo, ma porterai sempre dietro te stesso”. Questo un po’ rimanda al discorso di entrare in contatto con le parti di noi che ci fanno più soffrire, perché è solo così che poi si cresce…

PT: Sono d’accordo, invecchiando ne so qualcosa…

Nuove tecnologie e resilienza.

LM: Per dare uno sguardo sul presente e sul futuro, siamo in un’epoca in cui oramai i figli che nascono sono nativi digitali, quindi con questi supporti informatici e tecnologici molto grandi e anche ingombranti per certi versi, non tanto da un punto di vista fisico quanto mentale, ci si abitua molto ad appoggiarsi alla nuova tecnologia… Da questo punto di vista, quali sono i pro e i contro che possono esserci per quanto riguarda il nostro rapporto con la dimensione delle resilienza? Appoggiarci troppo a questi strumenti rischia di farci perdere delle nostre capacità da una parte, dall’altra queste nuove tecnologie possono essere un motore più potente per spingerci ad una maggior resilienza, per convincerci a non mollare, a non arrenderci?

PT: Io sono, in modo volutamente provocatorio, molto polemico in merito. Credo che l’utilizzo di queste nuove tecnologie, dei social network, come tutti gli strumenti possono essere utilizzati in una maniera equilibrata e quindi essere anche qualcosa di utile, altre volte invece sono decisamente negativi. Vedo molte criticità nell’uso di nuove tecnologie, ma quella più grande secondo me è quella di spingere ulteriormente verso una perdita del contatto con la realtà.

LM: La mia domanda era questa: se questa abitudine che il web ci dà di uscire ed entrare nelle relazioni, nei contesti, nelle relazioni con un semplice click possa avere influenza a qualche livello sul nostro modo di essere nella vita reale e se la resilienza, la capacità di rimanere e di starci dentro invece il web talvolta ci insegnano cose che vanno nella direzione opposta…

PT: Bella questa lettura della resilienza in rapporto alle nuove tecnologie e social network, devo dire che non c’ho mai riflettuto su questo aspetto, sicuramente c’è un cambiamento nella qualità e nella tipologia della relazione, come anche con la conoscenza poi del  resto, perché effettivamente mi viene in mente un altro parallelo: è chiaro che avere internet, Wikipedia eccetera dà l’illusione a tutti di condividere una conoscenza vastissima, ma in realtà poi credo che avesse ragione chi diceva che non è l’accesso indiscriminato che aumenta il livello culturale medio,  ma quanto la capacità poi di selezionare le informazioni e di farne un buon uso. Credo che con le relazioni sia la stessa cosa, oggi c’è una facilità enorme ad entrare ed uscire dalle relazioni, però non ha cambiato i problemi che ci troviamo davanti tutti i giorni…

Resilienza: una di scelta di costruzione della realtà.

LM: Leggendo il suo libro, Resisto dunque sono, che tra l’altro ho saputo essere alla settima ristampa, quindi un grande successo meritatissimo d’altra parte perché coinvolgente, avvincente con tantissimo esempi pratici tante storie e una bibliografia veramente interessante, ho comprato molti dei libri da Lei indicati nel testo. Leggendo il suo libro mi sembra che uno dei messaggi più positivi che viene passato se ho ben interpretato è che noi abbiamo una scelta, possiamo decidere che cosa fare della nostra resilienza, di come costruire la realtà, Lei parla molto del locus of control interno ed esterno. Questo mi sembra un punto spesso sottovalutato dalle persone che spesso si pongono in maniera arrendevole rispetto alle situazioni che vivono e in questo modo delegano ad altri la loro capacità di reagire di fronte allo stress…

PT: Credo che sia quasi una scelta di campo esistenziale, uno può decidere che da lui dipende pochissimo, dipende tutto da qualcosa che sia esterno a lui, il segno zodiacale piuttosto che la genetica fraintesa e tutta una serie di verità onniscienti. Io credo che il meccanismo alla base di queste scelte sia un po’ il fatto che all’inizio sembri un affare questo che si fa, nel senso che la via del dire che la vita dipende molto anche da me, dalle mie scelte, da quello che faccio, dalle mie azioni è una via molto più faticosa, quindi all’inizio si può pensare che deresponsabilizzarsi sia molto più facile. Il problema è che sul lungo termine questo tipo di scelta ti frega, sembra vantaggiosa all’inizio, poi ti crea delle condizioni per cui perdi la speranza, non ne esci più da questa condizione.

LM: Una trappola, come prendere le chiavi e buttarle fuori dalla prigione, rimanere chiusi in questa trappola…

PT: Sì esatto. È una buona metafora di questa situazione…

LM: E’ sperare la cosa più difficile, mentre invece disperarsi è la grande tentazione, piangersi addosso sono tutti un po’ capaci…

PT: Sì sembra una frase che ho già letto da qualche parte, comunque è esattamente così.

LM: Anche io! La ringrazio per la sua disponibilità e chiarezza. A presto…

PT: Grazie a voi…

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.