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La vulnerabilità dei professionisti di aiuto di fronte ad un’ “unica storia”

il pericolo di un un'unica storia

La vulnerabilità dei professionisti di aiuto di fronte un’ “unica storia”

di Johan Van de Putte

Nel suo intervento TED sul “pericolo di un’ unica storia”, la scrittrice nigeriana Chimamanda Adichie ha ricordato Fide, un ragazzo che aveva lavorato come domestico nella sua famiglia di origine.

Sua madre le aveva riferito che la famiglia di Fide era molto povera. Quando Adichie non terminava la sua cena, la madre le diceva “Finisci il cibo! Non lo sai? Persone come la famiglia di Fide non hanno nulla”. Ciò faceva sentire Adichie molto in colpa.

Cestino in rafia

Il cestino in rafia

Tuttavia un giorno Adichie si recò al villaggio di Fide e vide un cestino fabbricato dal fratello di Fide. Davanti a quel bellissimo oggetto trasalì: non le era mai venuto in mente che in quella famiglia qualcuno avrebbe potuto effettivamente creare qualcosa. Insomma, una storia di povertà aveva reso impossibile percepire quelle persone come altro rispetto dall’essere poveri.

Anni dopo, Adichie si trovava negli Stati Uniti, dove sarebbe andata all’università, e incontrò per la prima volta la sua compagna di stanza. Questa compagna di stanza fu scioccata quando scoprì che quella donna africana parlava inglese, era un fan di Mariah Carey e sapeva utilizzare una stufa.

Come mai? Perché, in quanto Americana, era stata esposta per tutta la sua vita alla stessa storia sull’Africa: immagini e racconti di bei paesaggi e animali, ma anche di povertà, crudeltà e arretratezza. Ad una storia dell’Africa catastrofica. Ripetutamente.

Africa e animali

L’Africa è solo questo…?

Africa violenza

.. E questo?

Gli effetti? La studentessa americana non era stata in grado di immaginare fino a quel momento che la gente africana potesse esserle un po’ simile.

I sentimenti? Pietà.

Ulteriori anni dopo, viaggiando attraverso il Messico, Adichie si è resa conto, con vergogna, di come gli anni trascorsi negli Stati Uniti avessero condizionato il suo punto di vista sui messicani. Nei media statunitensi si raccontano “infinite storie di messicani come persone che derubano il sistema sanitario, entrano furtivamente nella nazione e vengono arrestati al confine. Versioni di un’unica storia: ‘L’immigrato messicano spregevole’ ”

Nel suo talk, Adichie fornisce diversi esempi dell’impatto, su ciascuno di noi, di una stessa storia che continua a circolare. Un’unica storia sulle persone. Un’unica storia su un luogo. Ci fa capire come un’unica storia su qualcosa ha il potere di infiltrarsi nella nostra prospettiva e condizionarla completamente.

“Il modo per creare l’unica storia è mostrare la gente come una cosa, una sola cosa, più e più volte, e questo è ciò che le persone diventano”

Quando siamo esposti ad un’unica storia sulle persone, diveniamo limitati in ciò che siamo in grado di sentire. Quell’unica storia impatta sulla dignità delle persone di cui parla. Quell’unica storia impatta sulla nostra esperienza di comunione umana e sulla nostra capacità di connetterci con l’altro.

“La conseguenza dell’unica storia è questa: priva le persone della dignità. Ci rende difficile il riconoscimento della nostra uguale umanità. Sottolinea quanto siamo diversi, invece di quanto siamo simili”.

 

Potere

Un aspetto importante riguarda il legame tra storie e potere: “Dal potere dipendono effettivamente sia il modo utilizzato per parlare di altri, sia il momento in cui ha luogo il racconto, sia la quantità di storie raccontate. Il potere non ha solo la capacità di raccontare la storia di un’altra persona, ma di renderla definitiva”.

Il potere spesso genera la storia, la versione su come stanno le cose, che diventa la verità.

 

La vulnerabilità dei professionisti di fronte ad un’ unica storia

“Quanto siamo influenzabili, impressionabili e vulnerabili di fronte a una storia, particolarmente i bambini?” si chiede Adichie.

E gli psicologi sono meno influenzabili e vulnerabile di fronte a una storia?

In quanto professionisti d’aiuto, quanto siamo influenzabili e vulnerabili quando siamo esposti a storie di persone che prendono posizione su clienti o pazienti?

Davanti alla frase “Paul è un uomo psicotico …”, che percentuale di Paul diventa ‘psicotica’?

Che percentuale di quell’essere umano viene inghiottito dalla parola “psicotico”?

“Un bicchiere d’acqua. Una goccia di psicosi. E l’intero bicchiere d’acqua diventa psicotico”.

“Paul è un uomo psicotico …”. In quale misura siamo impressionabili e vulnerabili di fronte a una storia del genere?

Impressionabili, ma soprattutto “vulnerabili”.

Noi professionisti della salute siamo esposti a storie di psicosi. Quanto siamo influenzabili e vulnerabili di fronte a quelle storie della cultura professionale che hanno una pretesa di scientificità e autorità? Storie con parole come ‘cervello’, ‘neurotrasmettitori’, ‘disabilità’ ‘cronico’, ‘cognitivo’, ‘psico-educazione’, ‘ricerca’ ? Storie che affermano di essere la storia, che rivendicano di dire la verità, che affermano di sapere cosa sta succedendo e cosa c’è di sbagliato. Vogliono essere l’unica storia.

“La conseguenza dell’unica storia è questa: priva le persone della dignità. Ci rende difficile il riconoscimento della nostra uguale umanità. Sottolinea quanto siamo diversi, invece di quanto siamo simili”.

Davanti a queste storie, anche noi diventiamo vulnerabili. Si infiltrano in noi senza che ce ne accorgiamo. “Paul è un uomo psicotico … “.

Una storia del genere, può avere un grande impatto:

  • sulla nostra esperienza di Paul,
  • su quanto sperimentiamo Paul diverso da noi stessi,
  • sulle conversazioni che (non) avremo con Paul,
  • sulle cose di cui (non) possiamo essere curiosi,
  • su quello che (non) possiamo sentire rispetto a Paul,
  • su quello che (non) possiamo immaginare delle future possibilità di Paul.

E questo ha un grande impatto sulla vita di Paul.

“La conseguenza dell’unica storia è questa: priva le persone della dignità. Ci rende difficile il riconoscimento della nostra uguale umanità. Sottolinea quanto siamo diversi, invece di quanto siamo simili”.

Siamo vulnerabili e allo stesso tempo siamo in una posizione di (relativo) potere rispetto a Paul. “Dal potere dipendono effettivamente sia il modo utilizzato per parlare di altri, sia il momento in cui ha luogo il racconto , sia la quantità di storie raccontate. Il potere non ha solo la capacità di raccontare la storia di un’altra persona, ma di renderla definitiva”.

Così la nostra vulnerabilità da singola storia aumenta la vulnerabilità di Paul. Quando assumiamo la posizione di esperti, non solo abbiamo la capacità di raccontare la storia di un’altra persona, ma di renderla definitiva. “La conseguenza dell’unica storia è questa: priva le persone della dignità. Ci rende difficile il riconoscimento della nostra uguale umanità. Sottolinea quanto siamo diversi, invece di quanto siamo simili”.

 

Disordini, diagnosi e trattamento

In quanto professionisti d’aiuto vogliamo un qualche riconoscimento del valore che portiamo. Un modo per farlo è tracciare parallelismi tra il nostro lavoro e quello dei medici. È per questo che chiamiamo alcune delle nostre storie “diagnosi.” E che a volte chiamiamo “trattamento” o “terapia” quello che facciamo e cerchiamo di fare.

I medici devono la loro esistenza e il loro riconoscimento all’esistenza di malattie, sintomi, sindromi e danni fisici. Noi psicologi alle malattie psico-sociali, ai disturbi, sintomi, sindromi, lesioni, disabilità.

Ma poiché i giudizi dei professionisti sanitari godono di una considerazione superiore a quella dei profani, entra in gioco la disuguaglianza. La loro storia ha un’autorità maggiore di quella degli inesperti.

Un modo di operare di questa autorità è attraverso l’uso di un linguaggio diverso dalla lingua parlata, un linguaggio tecnico. I verbali medici mostrano spesso un’elevata densità di gergo. Le relazioni sono scritte “sull’”interessato e inviate “al” collega medico.

Ma anche i professionisti dell’aiuto fanno questo; si tratta di uno dei modi usati per raggiungere la nostra identità professionale.

Così, questa tradizione di verbali costruisce storie che pretendono di essere l’unica storia. E infine queste storie e questi verbali finiscono in una collezione ad elevata autorità chiamata ‘dossier’.

Il dossier è redatto da e per persone vulnerabili a questo tipo di storie. È redatto da persone che occupano una posizione di relativo potere, rispetto alle persone a cui si riferiscono i verbali.

In questo contesto, svolge un ruolo anche il bias di conferma. Quante volte si sente dire: “Questo non è tipico delle persone con X?” (dove “Questo” è un’esperienza o un’iniziativa, e X è una di quelle parole a cui noi professionisti d’aiuto siamo vulnerabili, è una parola intrisa di professionalità e composta di un’unica storia, che pretende di essere la verità). Questo bias di conferma si dimostra un catalizzatore utile alla produzione di versioni della stessa storia. “Sì, in effetti …”.

Così contribuiamo alla creazione e alla riconferma di stereotipi “l’unica storia crea stereotipi, e il problema con gli stereotipi non è che sono falsi ma che sono incompleti. Fanno diventare una singola storia l’unica possibile”.

Le storie che circolano nella cultura professionale sono storie con una pretesa di accademicità e di autorità.

E noi risultiamo più vulnerabili a queste storie piuttosto che a storie come “Paul ha lavorato per 25 anni in un garage”. Oppure “Paul adora suo figlio Jon e sua figlia Trish”. Invece, quando qualcuno ci viene presentato con queste ultime storie, ci viene facile essere curiosi di una varietà di cose. E anche di impegnarci in conversazioni diverse. Ci viene facile sperimentare Paul come un essere umano come noi; e ci rendiamo conto di quanto non sappiamo su Paul.

“Ella è cronicamente depressa …”

Oops. La nostra vulnerabilità è colpita. Ecco un bicchiere di Ella pieno di depressione cronica. Ecco storie della cultura professionale con termini come ‘disturbo dell’umore”, ‘neurotrasmettitori ‘,’cronico’,’ resistente alla terapia.

“Dal potere dipendono effettivamente sia il modo utilizzato per parlare di altri, sia il momento in cui ha luogo il racconto, sia la quantità di storie raccontate. Il potere non ha solo la capacità di raccontare la storia di un’altra persona, ma di renderla definitiva”.

 

Come possiamo proteggerci dal pericolo di un’ “unica storia”?

Possiamo proteggerci dal pericolo dell’unica storia? Dal rischio di degrado della dignità a cui contribuiamo? Possiamo proteggerci dalla nostra vulnerabilità a storie che possiedono la “diagnosi” come tema? Possiamo proteggerci dall’impatto del gergo tecnico?

Adichie ha detto: “Ho sempre pensato che sia impossibile farsi ingaggiare correttamente da un luogo o da una persona senza farsi coinvolgere da tutte le storie di quel luogo e di quella persona. Le storie contano. Le molteplici storie sono importanti. Benché le storie siano state utilizzate per espropriare e per diffamare, possono anche essere utilizzate per potenziare e umanizzare. Le storie possono frantumare la dignità della gente, ma possono anche ripararla. Tutte queste storie fanno di me quello che sono. Ma insistere solo sulle storie negative significa appiattire la mia esperienza e trascurare le molte altre storie che mi hanno formata”.

Pertanto, come possiamo parlare con le persone (che si trovano in posizione di cliente o collega) in modo che una diversità di storie possa sorgere e circolare? Come possiamo rispettare la distinzione tra problema e persona? Come possiamo parlare in modo da limitare l’influenza su tutti i soggetti coinvolti nelle parole pretenziose del linguaggio?

Cosa chiedere a Paul? E al partner di Paul?

Cosa abbiamo intenzione di scrivere su di lui? Come? A chi?

Come possiamo scriverlo in modo che i nostri lettori non vengano ingaggiati in un’unica storia?

Queste sono domande importanti.

ll crowbar exercise è un particolare esercizio che tenta di liberare i professionisti bloccati in una storia negativa su un cliente. Lo potete trovare QUI, insieme all’articolo in lingua originale, cliccando sul link a fondo pagina.

 

Girovagando in rete mi sono imbattuto in un interessante contributo che vi presento tradotto in italiano.

Tra i diversi spunti, l’articolo fa riflettere sulla pericolosità di confinare i nostri pazienti in etichette diagnostiche, con il rischio che esse diventino la loro “unica storia”.

Per quanto la diagnosi sia una procedura per diversi aspetti utile, essa porta con sé il rischio di costringere la visione che abbiamo dei nostri pazienti, orientando pensieri ed emozioni nei loro confronti, rendendoci ciechi rispetto a tutte le altre possibili “storie” di queste persone e, in ultima analisi, limitando fortemente la nostra capacità di connetterci davvero con loro.

Un pericolo, questo dell’ “unica storia”, in cui rischiamo di scivolare ogni giorno nel nostro lavoro con i pazienti, anche inconsapevolmente, e rispetto al quale, dunque, la consapevolezza è un passo fondamentale.

Se vi interessa approfondire il “pericolo dell’unica storia” dalla viva voce della scrittrice nigeriana Chimamanda Adichie (l’articolo parte dalla sua esperienza, per poi declinarsi in alcune riflessioni sulla nostra professione) QUI trovate il suo intervento TED completo e la traduzione in italiano.

Qui invece alcuni approfondimenti sul tema della diagnosi:

– Grazia Maria Scafidi, Il percorso psicodiagnostico. Aspetti teorici e tecnici della valutazione, Franco Angeli, 2006
– James W. Barron (a cura di), Dare un senso alla diagnosi, Milano, Cortina, 2005
– Michel Foucault, Lezioni del 30 gennaio e del 6 febbraio 1974. Il potere psichiatrico. Corso al College de France (1973-74), Milano, Feltrinelli, 2004

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.