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Come giornalisti e televisione dovrebbero comunicare

Uno studio alquanto sorprendente ha indicato che le persone che hanno visto per sei o più ore i notiziari sull’attentato alla Maratona di Boston del 2013, avevano maggiori probabilità di sviluppare sintomi associabili a un disturbo da stress post-traumatico di coloro che erano effettivamente presenti sul luogo dell’attentato o erano stati personalmente colpiti.

 

Cioè, non so se il messaggio è passato: alcune ricerche scientifiche hanno dimostrato che guardare le notizie televisive dopo un disastro naturale o un attacco terroristico, è in grado di aumentare il rischio di sviluppare depressione o un disturbo da stress post-traumatico.

 

È un dato di fatto: le cronache a cui ci espongono i media hanno un enorme impatto sul nostro benessere. Ma non sarebbero solo i Tg e i programmi di informazione a diffondere paura e disperazione, perché ormai la tv è costellata da storie che riguardano tragedie, traumi e minacce: una ricerca del 2014 ha evidenziato che il miglior predittore della paura e dell’ansia è il tempo speso a guardare talk show in televisione.

Non dico che sarebbe il caso di imbavagliare l’informazione, ma credo che ci sia modo e modo di raccontare le cose che accadono nel mondo. È possibile raccontare le tragedie soffermandosi più su alcuni dettagli che su altri e forse in tv si insegue troppo spesso l’obiettivo del “colpire al cuore” lo spettatore per tenerlo agganciato allo schermo, con degli effetti collaterali ben descritti dalle ricerche che ho precedentemente presentato.

 

L’organizzazione Images and Voices of Hope ci propone una narrazione della cronaca differente – “la narrazione della rigenerazione” – che è tutta incentrata sul racconto del così detto processo di recupero: come si ricostruiscono le comunità dopo un disastro? Dopo una tragedia come fanno le persone a tornare a impegnarsi? Come si genera un significato a partire dalla sofferenza?

Ecco: quando le persone vedono, leggono o sentono le storie che approfondiscono questi elementi, allora si percepiscono meno disperate e più speranzose, meno impaurite e più coraggiose, maggiormente disposte a indurre dei cambiamenti positivi anche nella loro vita.

 

La resilienza raccontata in una storia, insomma, ha il potere di diventare contagiosa. E questo non vale solo per le storie che ascoltiamo dai mass media, ma anche dai dialoghi one to one della nostra quotidianità. Più volte, ad esempio, davanti ai racconti dolorosi dei miei pazienti mi sono sentito ispirato dalle loro storie. Certo, questa ispirazione puoi riceverla nella misura in cui riesci a essere nello stesso tempo testimone di quel dolore, che non va mai negato o sminuito, ma anche delle risorse di cui la persona dispone. E queste risorse talvolta devi essere in grado di andarle a cercare e sapere ascoltare.

 

E allora, nell’attesa che i giornalisti si formino a una comunicazione della rigenerazione, quello che nel nostro piccolo possiamo fare è concentrarci noi sulle storie che raccontiamo a chi ci circonda.

Già, ciò che scegliamo di condividere può generare una cultura della resilienza: come racconti le storie che riguardano la tua famiglia? E quelle che si riferiscono alla tua comunità? Alla tua azienda? Alla tua vita?

 

Giustissimo condividere le sofferenze, le fatiche e le problematiche, ma non dimentichiamoci anche di affiancare loro quelle parti dei racconti che riflettano la forza, il coraggio, la compassione e la resilienza che albergano in te e nella tua comunità.

 

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.