Cosa ci insegna la guerra - Psicologo Milano
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Cosa ci insegna la guerra

Ultimamente mi sono imbattuto nei vecchi studi del grande sociologo Emilie Durkheim, il quale aveva scoperto che quando i Paesi europei erano entrati in guerra, il tasso di suicidi era calato.

I reparti psichiatrici a Parigi, durante entrambe le guerre mondiali, sono stati insolitamente vuoti, e la situazione è rimasta la medesima anche quando l’esercito tedesco è entrato nella città nel 1940.

I ricercatori hanno documentato un simile fenomeno anche durante le guerre civili in Spagna, Algeria, Libano e Irlanda del Nord: non solo crolla il tasso di depressione, ma il tasso di suicidi si dimezza, come anche gli omicidi e altri crimini violenti diminuiscono.

Ovviamente non sto suggerendo davvero che la guerra sia la soluzione ad ogni nostra malattia emotiva.  Detto questo: se giustamente consideriamo le guerre come un evento turpe, perché le persone si sentono meno depresse, meno folli, meno violente e meno indotte al suicidio quando qualcosa che definiremmo orribile accade intorno a loro? Perché la guerra e i disastri naturali spingono le persone a unirsi, ad aiutarsi, ad agire in termini di comunità e le persone si sentono psicologicamente molto meglio quando avvertono una maggiore inclusione nella loro comunità.

Ovvero, abbiamo bisogno di una comunità per sentirci bene.

Il punto ora è che “la comunità”, che tu te ne sia accorto o meno, è in realtà ciò che più manca nel mondo moderno. Infatti, penso che la società moderna ha perfezionato l’arte di rendere inutili le persone. Molti di noi vivono soli. Spesso siamo circondati da sconosciuti invece che dalla famiglia o dagli amici. Comunichiamo con messaggi di testo, molto di più che faccia a faccia. Paghiamo un servizio a uno sconosciuto invece che chiedere aiuto a un amico. Questi sono i nuovi sviluppi nella vita dell’Homo Sapiens e, seppur efficienti ed efficaci, non contribuiscono al sentimento di comunità che dovremmo percepire nella sua interezza.

Chi fosse interessato a un mio pronostico personalissimo sulla cosa, scommetto che da qui a breve perderemo la capacità di essere empatici (già siamo a buon punto tra l’altro…), perché è trascorrendo tempo in attività sociali (no social, sociali!) e comunitarie che alimentiamo e alleniamo la nostra sensibilità empatica, non certo stando da soli.

Ma al di là delle mie previsioni, il punto è che quando si sente di non appartenere a un gruppo, la salute e l’autocontrollo precipitano.

E come si fa ad appartenere a un gruppo? Le strade sono principalmente due.

 

1) Aggregati a un gruppo già esistente

In questo caso hai il vantaggio che il gruppo già c’è, ma lo svantaggio è che devi inserirti in un qualcosa di già precostituito e con delle sue logiche. Questo non vuol dire però che sia necessariamente sempre una impresa titanica, soprattutto oggi che le tecnologie – questa volta sì –possono aiutarci nel trovare dei gruppi di persone che già condividono i nostri valori e interessi.

Il gruppo Facebook “Libri per la mente”, che ho creato nel maggio del 2017, dopo solo un mese di vita è passato a organizzare incontri mensili dal vivo per conoscersi e scambiarsi suggerimenti di lettura. Oppure vai su MeetUp, il sito che raccoglie le comunità di persone che si radunano online per incontrarsi poi dal vivo: sfogli le varie categorie di interessi che ci sono e se ti piace il ballo incontri chi va a ballare, se ti piacciono i film ti iscrivi al MeetUp sul cinema, o quello sul teatro, sulla corsa, e mille altre possibilità. Il punto non è, quindi non usare Facebook & Co, ma prenderlo come una delle possibili tappe della relazione, passare dal social al sociale.

 

2) Crea un gruppo ex novo

Il vantaggio qui è quello di vivere assieme i primi momenti della fondazione del gruppo, e quindi decidere assieme attorno a quali valori e modalità farlo funzionare. Invece, lo svantaggio può essere la fatica iniziale richiesta per cercare le persone, tenerle insieme, alimentarne le aspettative, etc.

Vedila come vuoi, ma se hai interesse a salvaguardare il tuo benessere psicologico (e l’idea di andare in guerra sembra anche a te un po’ estrema) devi iniziare a inserire nella tua quotidianità la frequentazione di gruppi di persone dal vivo.

Provaci, ne va del tuo benessere mentale 😊

 

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.