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I videogiochi possono aiutarci?

Se prendi un’esperienza banale e la trasformi in gioco, vedi quanto le persone da annoiate si animino improvvisamente.

Un’agenzia pubblicitaria svedese ha fatto un esperimento estremamente interessante all’interno di un parco molto frequentato.

Un esperto di elettronica creò il cestino più profondo del mondo, ovvero un cestino della spazzatura equipaggiato in modo tale da emettere un eco, da far credere che la spazzatura buttata lì dentro, precipiti prima di giungere sul fondo.

Risultato? Gli altri cestini raccoglievano 40kg di pattumiera al giorno, ma in quello profondissimo le persone ne gettavano il doppio.

La potenza del gioco oggi la vedi molto bene nelle console dei videogiochi, che trasformano ragazzini sorridenti e speranzosi in zombie ipnotizzati davanti alle console.

 

Ora la domanda è: perché non sfruttare queste dinamiche per aiutare le persone ad adottare utili abitudini o per imparare nuovi concetti?

 

Ad esempio, un video gioco che ti insegna ad affrontare le paure, o a conoscere le tue emozioni….

Di questo in fin dei conti si occupa la Gamification: prendere un’esperienza che un gioco non è, e trasformarla in ludica.

Non che per fare questo sia necessario per forza ricorrere agli schermi e alle nuove tecnologie, ma sicuramente i nuovi strumenti con le loro capacità immersive – penso ad esempio alla realtà virtuale – avranno una marcia in più. Non a caso alcune aziende stanno già iniziando a formare i propri dipendenti con dei videogiochi costruiti ad hoc sulle cose che devono insegnare ai loro uomini.

Ai più scettici rispetto all’idea che i videogiochi possano aiutarci a stare meglio, potrà interessare un esperimento del 2009 su persone diagnosticate con disturbo post traumatico da stress.

I ricercatori chiesero a un gruppo di adulti di guardare 11 brevi video-contenuti altamente traumatici: scene reali di interventi chirurgici su esseri umani, incidenti mortali e annegamenti.

I partecipanti furono a tutti gli effetti traumatizzati perché le scene erano molto forti, e lasciati in una sala d’attesa a non fare nulla per 30 minuti: è questo il tempo stimato che una persona sperimenta prima di essere ammesso al pronto soccorso.

Successivamente vennero divisi in due gruppi.

Al primo diedero il gioco Tetris per 10 minuti, agli altri nulla.

Nella settimana successiva le persone che avevano giocato a Tetris sperimentavano un massimo di 3 flashback durante la settimana, mentre chi era rimasto seduto in silenzio esperiva una media di 6 flashback a settimana.

Cosa è successo: Tetris, con i suoi colori, la musica e i blocchi che ruotano, impediva ai ricordi traumatici di cristallizzarsi. Il gioco assorbiva l’attenzione mentale altrimenti impiegata per registrare nella memoria a lungo termine quegli orribili ricordi, che così venivano archiviati in modo imperfetto o non venivano affatto registrati.

E allora Tetris ci salverà dai rischi di patologia mentale?

No, anche perché un’altra ricerca ha pagato 27 persone per giocare a Tetris per numerose ore di fila ogni giorno per tre giorni consecutivi e non ha raccolto dati per nulla incoraggianti.

Però non dobbiamo fare di tutta l’erba un fascio e anzi abbiamo il dovere di ricordarci che ciò che fa male in dosi massicce, magari in altre quantità ci può aiutare.

Più nel dettaglio, non possiamo snobbare il concetto di Gamification: un trend del futuro che spero possa aiutare le persone a vivere meglio e imparare nuove nozioni proprio grazie al gioco.

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.