Psicologia del Coronavirus: come gestire la paura del contagio - Psicologo Milano
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Psicologia del Coronavirus: come gestire la paura del contagio

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Cari amici, sto ricevendo un sacco di domande intorno alla paura del contagio del Coronavirus e ho deciso di scrivere questo articolo per rispondere a quelle che sono le domande più frequenti che mi vengono rivolte e condividere con voi alcune riflessioni.

Il mio obiettivo chiaramente non è quello di condividere delle informazioni pratiche rispetto al virus, non sono un esperto di questa materia, ma quello di mettere sul tappeto alcune riflessioni per cercare di riflettere insieme su come meglio rapportarsi alle emozioni che la notizia del Coronavirus genera in noi.

 

1. Scegli con cura le fonti di informazione

Per fare questo, ovviamente dobbiamo partire dalla prima fonte che genera in noi paure, ovvero i media. É attraverso l’esposizione alle notizie cui incappiamo nei vari profili social e nei vari programmi televisivi, infatti, che si formano delle idee dentro la nostra mente che talvolta generano poi un regime di paura non sempre giustificato.

Non siamo certo nati ieri, sappiamo che i vari siti web hanno bisogno spesso di titoli anche sensazionalistici e allarmistici per farci emozionare, per catturare la nostra attenzione e non sempre la loro esigenza va incontro all’esigenza del nostro benessere individuale.

Il rischio è che a caccia di informazioni si finisca in realtà prigionieri della trappola della disinformazione e in quello che inevitabilmente poi questa condizione porta con sé: paura immotivata e comportamenti non sempre ragionevoli.

Ora, sia chiaro, io non sto sostenendo che il Coronavirus non esista e che sia tutto un complotto: i numeri parlano chiaro e nemmeno ho le competenze per poter dire se le misure di richiesta ad oggi adottate siano esagerate o meno.

Il punto secondo me è che la paura in queste situazioni, se esagerata, ci porta a fare un sacco di sciocchezze. I casi più gravi sono quelli noti per via delle notizie di cronaca: da i tipi che prendono a pugni dei cinesi per strada, a quelli che prendono d’assalto le farmacie per comprare delle mascherine che magari non servono loro, ma in questo modo le esauriscono e le fanno mancare a quelle persone e quei pazienti che ne avrebbero veramente bisogno.

Come mettersi al riparo dalla trappola della disinformazione? Beh, intanto selezionando con cura le fonti di informazione attraverso le quali tenersi aggiornati e, se possibile, aggiungerei anche evitare di tenere accesa 24 ore su 24 la televisione per bombardare il proprio cervello solo ed esclusivamente con notizie sul Coronavirus.

Informarsi è un discorso, attaccarsi morbosamente a ogni tipo di novità su quell’evento, invece, mantiene il nostro corpo in uno stato di allerta costante.

 

2. Non c’è un modo “giusto” di reagire alla paura del contagio

Bene, una volta che abbiamo selezionato le fonti dalle quali attingere per le nostre  informazioni e magari abbiamo anche “settato” delle fasce temporali all’interno delle quali consultarli, occorre capire che non c’è un unico modo giusto di reagire alla paura del virus ma ognuno ha suo.

Mio padre che ha 75 anni ha le sue ragioni per essere allertato, e anche tanto, dalla paura del Coronavirus; mio cugino invece, che ne ha 25, ha sue ragioni per non essere ossessionato dalla cosa. Ci può stare, anche perché i dati ad oggi diffusi sulla distribuzione, sulla diffusione, sulla letalità di questa malattia indicano che alcune categorie sono più a rischio di altre.

E allora quando possiamo dire che ci troviamo di fronte a una paura esagerata per il Coronavirus? Beh è difficile dirlo.

Un parametro potrebbe essere questo: quando una persona è ossessionata dalla paura di ciò che è possibile invece che preoccupata per un qualche cosa che è probabile. Possibile e probabile sono due parole molto diverse, perché “possibile” rimanda a tutto ciò che è possibile accada nella tua giornata.

É possibile, ad esempio, che se esci di casa vieni travolto da un camion? Sì, è possibile, ma è probabile? Beh, statistiche alla mano, direi di no. É possibile che se mi ficco un coltello nel cuore ci rimango? Sì. È probabile che questo accada? Non sono un medico, ma immagino di sì.

Allora avere timore per un qualche cosa di probabile è sano e funzionale, al contrario essere ossessionati per un qualche cosa di possibile è molto molto meno funzionale.

Ovviamente io non conosco la tua situazione quindi non so dirti se la tua paura è esagerata o no, ma spero che tu abbia la lucidità mentale sufficiente per poter vedere dove ti trovi tra questi due mondi: possibile e probabile.

 

3. Preoccuparti o occuparti?

Terzo spunto di riflessione è relativo alla differenza tra preoccuparsi e occuparsi. Prima di entrare in questo discorso, mi è necessaria una premessa che ha a che fare con le due tipologie di paure: le paure amiche e le paure nemiche.

La paura amica è quella che ti frena dal fare sciocchezze. Per intenderci: non passi con il rosso perché hai paura che ti investano, non metti la mano sul fuoco perché hai paura di scottarti, non prendi l’aereo e vai a Wuhan perché hai paura del contagio, ok?

La paura nemica invece è quella che ti paralizza, oppure che fa agire la tua parte più “rettiliana” – diciamo – quella più primitiva.

Bene, davanti alle paure, soprattutto davanti alle paure nemiche, noi possiamo reagire o preoccupandoci del futuro oppure occupandoci del presente. Ora, amico mio, il futuro in realtà è deciso da ciò che tu fai nel presente, ergo il modo migliore che tu hai per prenderti cura del tuo Io futuro è tornare nel qui ed ora.

In che modo nel concreto? Beh, ad esempio occupandoti di mettere in campo le misure di sicurezza suggerite dalle autorità sanitarie, ma anche preoccuparti di utilizzare il tempo che hai disposizione in modo costruttivo: puoi leggere, puoi cercare di risolvere quelle questioni che tendevi a procrastinare, puoi utilizzare il tempo cercando di coltivare delle relazioni (anche a distanza), puoi formarti, investire sulla tua crescita personale, frequentare dei video corsi, fare esercizio fisico, un po’ di movimento. Insomma, quello che vuoi, purché coltivi la vita e purché usi il tempo invece che farti usare dal tempo.

Ecco, occuparsi invece di preoccuparsi significa da un certo punto di vista bilanciare l’istinto di morte con l’istinto di vita. Questo significa che, quando intorno a te ci sono soltanto news catastrofiche e tutto sembra prendere una connotazione negativa, tu ti adoperi per mantenere un rapporto anche con la dimensione della vita, almeno al tuo interno. Un rapporto con la dimensione della generatività, con i tuoi lati più umani, quelli più autentici.

Se non te ne preoccupi tu di questi aspetti non lo farà qualcun altro.

 

4. Controlla ciò che puoi, accetta tutto il resto

Ultima indicazione è quella di controllare quello che puoi e accettare tutto il resto.

Solitamente la gente fa il contrario: contrasta e si lamenta di tutte quelle cose che sono al di fuori del suo controllo e che dovrebbe quindi accettare e, convogliando tutte le energie su questo fronte, finisce poi magari per non averne più sull’altro e si ritrova costretta ad accettare cose che, invece, potrebbe cambiare.

Controlla ciò che puoi significa sì, di occuparsi di ciò che serve e di ciò che è utile, ma anche che dobbiamo essere consapevoli che certe cose vanno accettate.

La paura, ad esempio, va accettata e combatterla eccessivamente vuol dire combattere una parte vitale di noi. Quello che dobbiamo fare è iniziare ad accettare anche queste emozioni ingombranti.

Cari amici per oggi è tutto. Aspetto i vostri  commenti nello spazio qui sotto, in modo che questo articolo diventi un pretesto anche per far emergere le vostre altre idee e suggerimenti a riguardo. Ciao e alla prossima!

 

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.