Psicologia e videogiochi: ecco perché piacciono tanto - Psicologo Milano
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Psicologia e videogiochi: ecco perché piacciono tanto

#videogiochi

Qualche anno fa mi contattò un’importantissima casa di distribuzione di videogiochi per chiedermi di fare una video recensione psicologica di questa saga super famosa che ruotava attorno alle avventure di un coraggioso eroe.

Mi arrivò a casa la console e il mio compito era quello di giocarci per 2 giorni di fila, in modo da entrare nel personaggio e poi fare una sorta di profilo psicologico dello stesso.

Io che non capisco nulla di questi giochi sono rimasto assolutamente risucchiato dagli effetti grafici, dalla trama avvincente, dallo studio dei dettagli anche comportamentali dei vari personaggi, tanto che, quando spegnevo la console per andare a letto, nel sonno continuavo a sognare di essere ancora dentro a quel mondo virtuale.

Quello che ho capito da quella esperienza è che il potenziale che c’è dietro a questo tipo di strumenti è veramente incredibile. Un videogioco strutturato per farti imparare a gestire le emozioni, ad affrontare le paure o qualsiasi altra abilità psicologica – se fatto con i medesimi strumenti – sarebbe un vero portento educativo.

È vero però anche il contrario: sono notizie di cronaca conosciute quelle che accusano i giochi di togliere tempo alla vita reale dei ragazzi e chiuderli all’interno di realtà parallele nelle quali impoveriscono le loro competenze comunicative.

Oggi affrontiamo il tema dell’irresistibilità di questi software da un punto di vista psicologico e vediamo assieme 6 caratteristiche che permettono a un gioco di stregarci, sulla base delle evidenze descritte da Adam Alter nel suo libro “Irresistibile”.

 

1. Obiettivi

É la tecnica del minimizzare il cambiamento: per spingere una persona ad agire devi ridurre obiettivi grandi (e talvolta irrealistici) in piccoli e a portata di mano. L’idea è che l’essere umano è guidato da un senso di progresso e il progresso è più semplice da percepire se il traguardo è visibile.

Nei videogiochi che creano più “addiction” il giocatore è spinto a raggiungere ogni volta dei livelli leggermente superiori a quello in cui si trova. Un piccolo obiettivo dietro l’altro, infatti, resta incollato allo schermo.

 

2. Feedback

Il feedback consiste nelle informazioni di ritorno in merito a quello che stiamo facendo. La nostra mente ne va matta e nei videogiochi più “duri a morire” se ne trovano a tonnellate. I progettisti, infatti, utilizzano dei microfeedback per mantenere i giocatori più attenti e coinvolti. Possono essere micro-ricompense a seguito di piccole azioni o anche delle regole microscopiche. Ad esempio, al passaggio del mouse sopra un determinato oggetto viene riprodotto un determinato suono o effetto visivo.

I giocatori si motivano perché hanno la percezione di avere un effetto sul mondo del gioco e chi ha mai giocato a Candy Crush Saga sa a cosa mi riferisco.

 

3. Progressi

La nostra mente ha bisogno di obiettivi, di feedback su come li stiamo raggiungendo e di misurare i progressi in questa direzione.

Prendiamo il sistema dei classici giochi Arcade, un esempio di questi  può essere Double Dragon, gioco degli anni ‘80 (per chi di voi se lo ricorda) che spiega bene questo principio. Era necessario pagare 500 lire per giocare al livello iniziale, che era molto facile, ma poi si arrivava allo scontro con il nemico di fine livello e per sconfiggerlo e progredire bisognava spendere, solo in quella schermata, 10 gettoni uno dopo l’altro.

 

4. Escalation

È il principio per il quale tutti noi in una qualche misura abbiamo bisogno di perdere, di affrontare difficoltà e di confrontarci con sfide. Senza tali condizioni, infatti, l’eccitazione associata al successo si indebolisce gradualmente dopo ogni nuova vittoria. In sintesi: puoi giocarci per un po’, ma se poi tutto è troppo facile e manca l’escalation, molli il gioco e passi altrove.

Prendi lo storico Tetris: in un primo momento è facile, ma via via che diventi più bravo il gioco diventa più difficile. I pezzi cadono più rapidamente, hai meno tempo per reagire rispetto a quando giocavi le prime partite, etc. Certo, se diventa troppo difficile, anche qui, molli il colpo e cambi gioco.

Tanto più i programmatori sono capaci di tenere il giocatore nella zona che sta in mezzo tra la noia per la troppa facilità e l’ansia per la troppa difficoltà, tanto più il giocatore rimarrà incollato allo schermo. Un sacco di giochi ci riescono perfettamente.

 

5. I cliffhanger

Li vedi molto bene nei telefilm che finiscono proprio sul più bello e ti rimandano al prossimo episodio per vedere come il nodo narrativo si risolverà.

I video giochi più evoluti accompagnano il giocatore attraverso uno storytelling molto avvincente per cui si rimane intrappolati tra la fine di un capitolo e l’altro. Si sente quindi una spinta a dover vedere “cosa ci sarà nella prossima schermata”.

 

6. Last but not least

L’interazione sociale è il meccanismo imperante oggi nei social network, che ci permettono di interagire con altre persone nella maggior parte dei casi sconosciute. Nel tempo queste ultime possono diventare i nostri migliori amici, seppure rimanendo persone virtuali e magari mai incontrate dal vivo. Queste relazioni sono quindi decisamente più povere, perché non si respirano gli stessi odori, non ci si guarda negli occhi, non si vedono sul volto dell’altro le emozioni che sta provando in quel momento.

Certo, per chi è solo in una fase iniziale è un buon modo per rompere il ghiaccio con dei nuovi amici. Se, però, la cosa dura a lungo e non vi è un pari investimento in relazioni dal vivo, il tutto è come alimentare con lo zucchero una persona affamata: inizialmente potrà essere piacevole, ma alla fine morirà di fame.

 

L’auspicio circa questa tematica è che questi strumenti vengano sempre più utilizzati per creare giochi educational capaci di potenziare le caratteristiche di chi vi gioca, in modo da renderli più abili ad affrontare le sfide del mondo reale.

 

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.