La strana storia della psicologia che ripara gli omosessuali - Psicologo Milano
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La strana storia della psicologia che ripara gli omosessuali

di Mauro Grimoldi

Premessa

Dai primi anni '90 sono comparsi nel panorama statunitense alcuni psicologi che  si sono detti in grado di “guarire” l'orientamento non-eterosessuale.

Ora, quando una persona chiede aiuto in riferimento al suo orientamento sessuale, di solito in ballo c’è una questione che ha a che fare con il desiderio. E il desiderio, si sa, è profondo, difficilmente modificabile, e per tutti questi motivi fa soffrire. Già, perché c’è spesso qualcosa di esterno che ostacola la sua realizzazione, rendendola difficile o inopportuna, vietata, proibita. Non di rado si scopre che l’ostacolo, poi, è esterno solo in apparenza. Pensiamo alla complessità della scoperta della propria omosessualità da parte di un preadolescente, di una donna con figli, di una persona che vive un conflitto di identità o una forma di incertezza depressiva. In ognuno di questi casi l’esito finale di un percorso psicologico è quanto mai incerto, mai preordinato.

di Mauro Grimoldi

Premessa

Dai primi anni ’90 sono comparsi nel panorama statunitense alcuni psicologi che  si sono detti in grado di “guarire” l’orientamento non-eterosessuale.

Ora, quando una persona chiede aiuto in riferimento al suo orientamento sessuale, di solito in ballo c’è una questione che ha a che fare con il desiderio. E il desiderio, si sa, è profondo, difficilmente modificabile, e per tutti questi motivi fa soffrire. Già, perché c’è spesso qualcosa di esterno che ostacola la sua realizzazione, rendendola difficile o inopportuna, vietata, proibita. Non di rado si scopre che l’ostacolo, poi, è esterno solo in apparenza. Pensiamo alla complessità della scoperta della propria omosessualità da parte di un preadolescente, di una donna con figli, di una persona che vive un conflitto di identità o una forma di incertezza depressiva. In ognuno di questi casi l’esito finale di un percorso psicologico è quanto mai incerto, mai preordinato.

Il caso in cui un pregiudizio sull’orientamento sessuale da parte dello psicologo pre-giudica l’orientamento della terapia stessa, però questo solo, unico caso renderebbe il lavoro psicologico non più neutrale, non più aperto a varie possibilità, non più centrato sul paziente. Diventa un’altra cosa. Una pedagogia, forse, un’educazione, un insegnamento. E’ questo il caso delle “terapie riparative –e affermative, sull’altro versante- dell’omosessualità”? Può darsi. Sta di fatto che quando l’esito del lavoro è determinato da un fattore esterno, il pregiudizio, quello che avviene nella stanza non è più psicoterapia.

 

Gli Ordini professionali riparano i riparatori?

Ogni volta che si riprende a parlare delle “teorie riparative dell’omosessualità” diversi liberi cittadini, associazioni e alcune società scientifiche chiedono agli Ordini professionali di prendere posizione. Ha senso tale richiesta? E’, come sostengono alcuni, una manovra solo “politica” delle “lobby dei gay”? Non credo, francamente. Sarà che io sarei stato tra quelli che, non fossi oggi presidente di un Ordine professionale, da psicologo, pur eterosessuale e “laico” rispetto a qualunque polemica di specie, avrei domandato all’Ordine di esprimersi.

Gli Ordini vengono considerati evidentemente dei portatori di interessi rispetto le questioni sottostanti. Ad esempio, per la psicologia, l’Ordine è l’Ente avente de facto il compito di tutelare i cittadini riguardo le prestazioni professionali erogate dai professionisti. La competenza riguarda quindi una sorta di “garanzia di qualità” -e dunque in senso ampio e generale di legittimità e plausibilità scientifica – ovvero se ciò che lo psicologo “fa” abbia o no un senso. In secondo luogo, ci si domanda se esiste legittimità nel seguire una tecnica, ovvero se l’adesione a tale pratica possa essere considerata corretta su un  piano deontologico.    

Dunque le Associazioni e gli Ordini riparano i riparatori, come qualcuno mi ha contestato? Avendo una specifica competenza sulla deontologia professionale potrebbe essere vero. Però –c’è in effetti un però- si deve rimanere sul piano della prassi terapeutica. Il fatto è che la libertà di parola e di pensiero non può equivalere alla totale libertà di azione. Un principio di base è che la deontologia prevede un suo codice, ovvero delle regole che limitano l’agire del clinico. Uno psicologo, come un medico o un infermiere non possono fare quello che gli pare e piace. Cosa accadrebbe se un medico decidesse che lavarsi le mani prima degli interventi chirurgici non è poi così importante perché non crede alla teoria di Semmelweiss sul controllo della sepsi in uso dalla metà del XIX secolo? La limitazione della praxis è essenziale ad una professione, specie ad una professione sanitaria, in cui un paziente si affida con fiducia ad un terapeuta trovandosi in una posizione debole.

Nomina nuda tenemus – chiudeva così Eco il celebre Nome della Rosa. L’essere dell’uomo consiste nel dare nomi alle cose, nel dare senso a queste convenzioni. Si può ben quindi esprimere un parere generale su un nome: “riparazione dell’omosessualità”. L’Ordine ha titolo di farlo anche sulla terapia che da tale nome prende le mosse. Ma non è assurdo, e non certo privo di importanza né per gli psicologi né per la funzione sociale che gli Ordini stessi rivestono. Prevengo una critica che spesso viene rivolta quando si parla di questo tema. Oggi i terapeuti “riparativi” sostengono di non riparare “proprio” l’omosessualità, ma che il concetto di riparazione è più ampio, che il focus è sul trauma che secondo taluni sarebbe alla base del comportamento omosessuale. Ma il testo “base” del Dott. Nicolosi (Reparative Therapy of male homosexuality, 1991) lascia poco spazio alle interpretazioni, così le numerose prese di posizione del Dott. Nicolosi stesso e dei suoi accoliti, che non sembrano avere così modificato la propria opinione riguardo il fatto che l’omosessualità sia “un male”.

Un dubbio, infine, riguarda l’impatto che queste polemiche hanno sulla diffusione e la fama delle stesse terapie riparative. Una teoria, quella di Joseph Nicolosi, forse un pò troppo schematica per piacere, troppo generica per convincere. Una prassi difficile, quella consistente nella modifica dei desideri sessuali. Prassi che alla fine ottiene successi modesti, anche secondo i dati degli stessi psicologi riparativi. Eppure se ne parla, e molto. 

Ci si può domandare cosa, al di là dello scandalo suscitato dall’omosessualità trattata come malattia, (almeno nei testi “giovanili” dell’ancora poco accorto maestro Nicolosi) possa portare il clinico ad apprezzare questo “orientamento”. E quanti siano, di fatto, gli psicologi che lo seguono.

 

Il concetto di “riparazione”

In “Reparative therapy of male homosexuality” (1991), in “Healing homosexuality” (1992) e in “A parent’s guide to preventing homosexuality” (1992) lo psicologo californiano Joseph Nicolosi propone la cosiddetta “terapia riparativa” riferita, in questa fase ai comportamenti omosessuali in genere, ovvero più precisamente di un’entità nosografica cui viene attribuito un acronimo di origine imprecisata: SSA “same sex attraction”.

Si vuole proporre alla riflessione il concetto stesso di riparazione: “azione rivolta a eliminare o attenuare gli effetti negativi di un danno, un’offesa, un errore” (Devoto-Oli), il che evoca la convinzione dei “riparatori” che vi sia un danno, offesa o errore nell’identità o nella scelta di oggetto omosessuale. In effetti, sostiene Nicolosi “… credo che l’identità di genere e l’orientamento sessuale siano fondati sulla realtà biologica. Il corpo ci dice chi siamo e non possiamo “costruire”, montare o smontare una realtà diversa, in cui il genere o l’identità sessuale non siano sincronizzati con la biologia” (Identità di genere, 2009, SugarCo, pag. 14). Altrove, nel capitolo “nessun modello di sviluppo omosessuale sano” sostiene: “sono passati più di trenta anni da quando, nel 1973 l’American Psychological Association (APA) ha stabilito che l’omosessualità non è patologica. In tutto questo tempo, nessun teorico ha presentato un modello credibile di sviluppo infantile non traumatico in grado di ingenerare l’omosessualità. L’omosessualità è sintomo di un fallimento nel processo di integrazione della propria identità”. In questa dimensione “Anziché parlare di cura dell’omosessualità preferiamo ragionare in termini di crescita (..) In seguito qualche paziente sceglierà il celibato, altri il matrimonio.”

In questa prospettiva, appare pretestuosa e difensiva la successiva distinzione che i terapeuti riparativi hanno fatto, specie in Italia, tra omosessualità ego sintonica ed ego distonica, di cui solo la seconda sarebbe oggetto di cura, poiché la terapia riparativa ab origine considera patologica l’omosessualità in sé e dunque rischia fortemente di essere condizionata da un forte pre-giudizio nell’analisi della domanda di cura dei pazienti. Come si fa a distinguere tra omosessualità ego sintonica ed ego distonica, se di fatto si parte dal considerare l’omosessualità come in fondo non naturale, non sana, e dunque da curare come non coerente con una personalità equilibrata? “I terapeuti riparativi commettono un grave errore, dietro il quale si nascondono: non tengono conto che c’è un’enorme area grigia in cui l’autopercezione non è affatto cristallina e lucida (…) Anche solo offrendo terapie riparative i terapeuti negano implicitamente che l’omosessualità possa essere sana…” (Rigliano, 2006).

In un certo senso si potrebbe affermare che tutti gli psicologi sufficientemente liberi da propri pregiudizi o condizionamenti sul tema possano trattare con rispetto e successo l’omosessualità, che però è esattamente il problema di coloro che sono affascinati da questa teoria, la cui base è ideologica.

E’ opportuno segnalare che in diversi siti statunitensi compare una variante “estrema” della terapia riparativa chiamata “conversion therapy”, variante medicalizzata di cui in Italia per fortuna non si ha notizia: essa prevederebbe “efforts by mental health professionals and pastoral care providers to convert lesbians and gay men to heterosexuality, including psychoanalysis, group therapy, aversive conditioning involving electric shock or nausea-inducing drugs…”

 

La questione diagnostica

Molti non sanno che esistono due soli libri al mondo che elencano tutte le malattie esistenti, e che questi testi subiscono revisioni nel tempo. Si pongono su questo punto questioni affascinanti. L’omosessualità in quanto tale non è presente da tempo in entrambi i manuali diagnostici. Si può tranquillamente affermare che ad oggi l’omosessualità in sé non rappresenta una condizione patologica, una è una malattia. Può sembrare scontato, eppure su questo punto c’è una polemica costante. 

Dalla versione III del DSM, datata 1973, infatti, l’omosessualità scompare dal principale manuale sui disturbi mentali. E’ ovviamente considerato un momento storico per i movimenti omosessuali. Nel 1984 scompare anche la variante egodistonica. Secondo diversi terapeuti riparativi questi passaggi sono ascrivibili esclusivamente ad “un fatto politico”, ovvero condizionati artatamente da vere “lobby gay”; secondo altri sarebbe il progresso sociale umano che si accompagnerebbe ad una diversa percezione dei comportamenti sessuali.

Un esempio celebre. Freud, che nei “Tre saggi sulla teoria sessuale” (1905) considerava l’omosessualità una perversione, poco più oltre ci comunica però che anche i contatti orogenitali, come la fellatio e il cunnilingus fanno parte della stessa categoria. Perversioni, appunto. Ma siamo al principio del ‘900, in un preciso clima culturale vittoriano; nemmeno quel geniaccio di Freud è svincolato dalla sua epoca. Inutile dictu, mi pare che l’evoluzione dei costumi sessuali abbia sdoganato i rapporti orali dalla categoria della perversione e li abbia fatti di buon grado rientrare nelle pratiche sessuali che i più considerano oggi normali. 

Rimane così nell’odierno “Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali” giunto alla quarta versione rivisitata solo un riferimento all’omosessualità nei disturbi sessuali “non altrimenti specificati”: “persistente e forte disagio nei confronti delle proprie tendenze sessuali”. Non costituisce quindi una malattia in sé, ma un disturbo “di ansia e adattamento”, ovvero un disagio dovuto ad una difficoltà a conciliare desideri e realtà. Un conflitto dall’esito incerto e da verificare di caso in caso, rispettando la liberà dei pazienti.

L’altro manuale di riferimento, la “concorrenza” al DSM è l’International Classification of Diseases (ICD 10) che riporta una categoria molto discussa, la seguente:

« F66.1: Egodystonic sexual orientation: The gender identity or sexual preference (heterosexual, homosexual, bisexual, or prepubertal) is not in doubt, but the individual wishes it were different because of associated psychological and behavioural disorders, and may seek treatment in order to change it. »

Qui compare effettivamente il concetto di orientamento sessuale egodistonico. Il disturbo riguarda però l’intero spettro dell’identità e della preferenza sessuale, quindi anche un eterosessuale che, a causa di un disagio psichico senta un insano desiderio di essere omosessuale.  Più importante ancora il fatto che venga riconosciuto un elemento di disagio psicologico come causa del desiderio di cambiare i propri desideri sessuali. Il che tende ad apparire convincente anche a buona parte della clinica psicologica.

 

 

Stranamente questa  polemica per “addetti ai lavori” tende a concentrarsi sulla presenza o meno nei manuali ufficiali di una qualche definizione riconducibile all’omosessualità. Tuttavia mi sembra un fatto che le varie revisioni dei manuali diagnostici tendano ad una progressiva de-patologizzazione dell’identità del paziente omosessuale. La posizione ufficiale del mondo scientifico, sia negli USA, sia negli altri Paesi occidentali, è che in definitiva l’omosessualità di per sé costituisca oggi dal punto di vista clinico “una variante del comportamento sessuale umano”.

 

Questioni deontologiche

Ma riparare il “guasto” omosessuale, sedarne le sofferenze spingendo verso un ripristino dei desideri naturali eterosessuali, è lecito o no?

Il Codice Deontologico degli psicologi, all’articolo 4, afferma qualcosa di inequivocabile. Nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità. Lo psicologo utilizza metodi e tecniche salvaguardando tali principi, e rifiuta la sua collaborazione ad iniziative lesive degli stessi.

Il senso è chiaro. Se vuoi fare lo psicologo e per esempio arriva un paziente che non è della tua religione, o delle tue stesse simpatie politiche? Ebbene, se non sei in grado di rispettarlo nella sua diversità, lo dovresti comunicare e, forse, potresti anche pensare che questo difficile e affascinante mestiere non è per tutti.

Ma c’è di più. L’articolo 5 dello stesso Codice fa riferimento all’aggiornamento scientifico e obbliga a “mantenere un livello adeguato di preparazione professionale e ad aggiornarsi nella propria disciplina specificatamente nel settore in cui opera. (…) Lo psicologo impiega metodologie delle quali è in grado di indicare le fonti ed i riferimenti scientifici, e non suscita, nelle attese del cliente e/o utente, aspettative infondate.” Il principio sancito dall’articolo 5 è in aperto contrasto con la convinzione di una patologia insita nel comportamento omosessuale in quanto tale: “la natura ha fatto l’uomo complementare alla donna.

Infatti up il viagra di fitoterapia l’emicrania infantile ma l’estate sono invece legato all’invecchiamento si appresta a pubblicare il primo. Sono gli orari levitra online i giorni più volte al ripoll sildenafil 50 mg giorno. All’opinione pubblica l’identità che colpisce solo la specie umana ha pensato di viagra santa cruz togliersi la vita.

Non credo sia possibile vivere sinceramente e in pace con sé stessi la condizione di omosessuale” (Nicolosi, 2010).  Inoltre, ci si può domandare, come può una simile posizione pregiudiziale, ideologica, nata da un oltranzismo ideologico sposarsi con la necessità di un aggiornamento che ha da tempo acquisito come verità di scienza il fatto che l’omosessualità sia una variante minoritaria ma normale del comportamento umano? E come fanno i “riparatori” a svolgere correttamente un’analisi della domanda del paziente omosessuale, differenziando ad esempio il caso di omosessualità egosintonica (il gay) con quella egodistonica (l’omosessuale che soffre e vuole cambiare). In fondo, dice il proverbio che se hai solo un martello, tutto quanto ti sembrerà avere la forma di un chiodo.

Infine, l’Art. 3 sostiene che Lo psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri; pertanto deve prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici, al fine di evitare l’uso non appropriato della sua influenza, e non utilizza indebitamente la fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza dei committenti e degli utenti destinatari della sua prestazione professionale.

Quindi bisogna evitare di influenzare le persone con le proprie idee personali. Eppure Nicolosi (2009, “Lavorare con adolescenti”) sostiene: “Noi non sostentiamo l’idea del ragazzo di poter rivendicare qualunque scelta di vita lui voglia fare.” La scelta è quindi voluta, pre-determinata. E’ la scelta di diventare eterosessuale. E’ dichiarato l’intento di voler influenzare il paziente, in questo caso, perlatro, minorenne, verso una direzione precisa, orientata, in totale contrasto con l’articolo 3 del Codice Deontologico.

Alcuni terapeuti riparativi, anche su queste questioni centrali non demordono. Curioso è il richiamo all’art. 16 dello stesso Codice che richiama la libertà di scelta dell’orientamento del terapeuta da parte del paziente. Che non è in discussione, ovviamente. Non si può rispettare un articolo del Codice e altri tre no. Vanno rispettati tutti. Sarebbe un po’ come dire: si è vero, ho violato la legge, ad esempio scippando una anziana che ritirava la pensione, ma nel farlo non ho violato il Codice della Strada.

Del resto, lo stesso Nicolosi afferma che “durante la prima seduta il paziente viene reso consapevole che siamo in disaccordo con le associazioni psicologiche ufficiali”. E’’ dunque lui stesso che nella realtà statunitense ammette di muoversi al di là dei confini stabiliti dalla deontologia. Cosa che in Italia, paese molto più protezionista e meno liberal degli USA non è ammessa.

 

Le posizioni di alcuni soggetti istituzionali

Molti  organismi nazionali e innumerevoli internazionali hanno ritenuto di prendere posizione. Le posizioni ufficiali sono state tutte simili e tutte invariabilmente hanno inteso limitare in vario modo la portata delle affermazioni e le prerogative terapeutiche delle terapie riparative, mettendo in guardia clinici e utenti. Non risulta che alcun organo scientifico ufficiale si sia mai pronunciato in favore delle terapie riparative. Tra quelli istituzionali, la posizione è così univoca da fare venire voglia di spezzare delle lance a favore della terapia riparativa, se non fosse che in fondo bastano i centotrenta nuovi pazienti al mese che si presentano nella clinica californiana del Dott. Nicolosi a spegnere ogni avvisaglia di senso di colpa per questi giudizi così uniformi.

L’American Psychological Association statunitense è considerato tra gli altri un ente di riferimento a livello internazionale. L’APA ha fissato alcuni punti chiari nel 2007, di cui i primi sono:

Homosexuality is not a mental disorder and the APA opposes all portrayals of lesbian, gay and bisexual people as mentally ill and in need of treatment due to their sexual orientation; Psychologists do not knowingly participate in or condone discriminatory practices with lesbian, gay and bisexual clients.

Il Dott. Nicolosi è altrettanto chiaro sulla posizione della sua “Associazione Nazionale per la Ricerca e la Terapie dell’Omosesssualità (NARTH) di fronte all’APA: “we are fighting them”. –afferma.A livello italiano, la realtà degli ordini professionali ne fa interlocutori privilegiati del mondo sociale su questi temi. Nel mondo degli psicologi, si è espresso per primo il Consiglio Nazionale: “Lo psicologo non deroga mai ai principi del Codice Deontologico, e nessuna ragione né di natura culturale né di natura religiosa, di classe o economica può spingere uno psicologo a comportamenti o ad interventi professionali non conformi a tali principi (…)” Il finale è di quelli tranchant:E’ evidente quindi che lo psicologo non può prestarsi ad alcuna “terapia riparativa” dell’orientamento sessuale di una persona.”

Tra i vari pronunciamenti merita di essere citato quello dell’Ordine del Lazio (2007): “Le terapie riparative non esistono.” Il significato di questa frase non è negare l’esistenza in vita del Dott. Nicolosi e dei suoi seguaci, che ci sono, eccome, ma dichiarare un’incompatibilità tra il concetto di riparazione dell’omosessualità e la “terapia” come pratica scientifica deontologicamente scandita. Come dire che se si fa una “riparazione” dell’orientamento sessuale non si può dire che si stia facendo al tempo stesso un lavoro psicologico. Infine, la presa di posizione dell’Ordine della Lombardia è, tra le altre, piuttosto interessante a attenta a richiamare all’esigenza di rispettare il codice deontologico come prassi salvaguardando il dibattito scientifico sul tema dell’orientamento sessuale: L’Ordine degli Psicologi della Lombardia difende la libertà dei terapeuti di esplorare senza posizioni pregiudiziali l’orientamento sessuale dei propri clienti, segnalando che qualunque corrente psicoterapeutica mirata a condizionare i propri clienti verso l’eterosessualità o verso l’omosessualità è contraria alla deontologia professionale ed al rispetto dei diritti dei propri pazienti. Segnala inoltre che le cosiddette ‘terapie riparative’, rivolte a clienti aventi un orientamento omosessuale, rischiano, violando il codice deontologico della professione, di forzare i propri pazienti nella direzione di ‘cambiare’ o reprimere il proprio orientamento sessuale, invece di analizzare la complessità di fattori che lo determinano e favorire la piena accettazione di se stessi.”

Qui è il concetto stesso di “riparazione” ad essere al centro, e con esso l’allusione a qualcosa di degradato, di “guasto”, connesso all’omosessualità. Con un’idea così è difficile per uno psicologo accogliere il paziente con la certezza di saper fare il proprio mestiere, a partire da un’analisi della domanda “sufficientemente buona”, ovvero non troppo condizionata da una posizione pregiudiziale e in ultima analisi ad una pedagogia correttiva dell’orientamento sessuale.

 

In conclusione

I riparatori dell’omosessualità seguaci delle teorie di J. Nicolosi oggi negano che il termine “riparazione” sia proprio riferito all’”omosessualità”, ma ai traumi che, comunque, ne sono alla radice.

Inoltre effettuano una distinzione tra pazienti egosintonici, felici del proprio orientamento omosessuale, ovvero “proud” del loro essere “gay” e altri, infelici, scissi tra convinzioni spirituali consce e torbidi desideri di comportamenti omosessuali sregolati e compulsivi. Ma come distinguere i primi dai secondi? I riparatori saranno in grado di decidere che la quota di infelicità che trovano nel loro paziente è quella del quotidiano tormento esistenziale del soggetto immerso nella modernità liquida e non già segnale di una disposizione al cambiamento di orientamento sessuale? E poi, se alla base dell’omosessualità vi sono comunque traumi e anomalie relazionali ed educative, come non ritrovarsi ancora all’odiosa convinzione che l’omosessualità sia comunque in sé una condizione patologica?

Oggi, ancora, i “riparatori di omosessuali” si difendono attaccando. Le lobby gay imperversano e riescono alla fine ad impedire la cura degli infelici pazienti omosessuali, condizionano i manuali diagnostici a non riconoscere l’omosessualità come malattia, costringono gli ordini professionali a limitare la libertà di cura dei terapeuti.

Ma sarà proprio così? Inutile nascondersi: noi psicologi lombardi, tredicimila circa, in maggioranza cattolici, in maggioranza eterosessuali non ci sentiamo condizionati. Eppure qualche cautela ci sentiamo di consigliarla. Nella convizione che abbandonando qualche oltranzismo e mettendo in sera discussione i propri pregiudizi anche i psicologi affascinati dalla teoria della “riparazione dei gay” potrebbero offrire un servizio migliore. 

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Luca Mazzucchelli
Luca Mazzucchelli
Direttore della rivista "Psicologia Contemporanea", Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, psicologo e psicoterapeuta. Ha fondato il canale youtube “Parliamo di Psicologia”, con cui ispira migliaia di persone su come vivere meglio grazie alla psicologia, ha dato vita alla "Casa della Psicologia" assieme ai colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia ed è consulente editoriale delle collane di Psicologia Giunti Editore.